28 luglio 2010

REV numero 33



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15 marzo 2007

REV Numero 1

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15 febbraio 2007

REV Numero 0

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Chi se ne frega

Ho voluto riesumare una vecchia rubrica presente nel settimanale “Cuore, settimanale di resistenza umana”. Tale giornale, fondato e diretto da Michele Serra nel 1989, (avventura editoriale conclusasi nel 1996) aveva una rubrica che si chiamava “…e chi se ne frega!” ossia notizie vere apparse nei principali quotidiani alle quali resta un solo commento … “…e chi se ne frega !”

Quindi anche noi di REV vogliamo far risorgere questa rubrica ! “… e chi se ne frega!!” oppure “…E sti cazzi !!”

Il marchio hollywoodiano Brangelina sta per spezzarsi? Loro si ostinano a smentire, ma aumentano gli indizi su una profonda crisi della coppia Brad Pitt-Angelina Jolie. Oggi il tabloid londinese Mail on Sunday pubblica le foto esclusive della loro immensa proprietà a Long Island, dove sembra che i due attori - legati sentimentalmente da quattro anni - abbiano vissuto in realtà, negli ultimi tempi, in alloggi separati.
La Repubblica

La prima volta di Noemi al seggio E scoppia il caos: "Privilegiata"
NAPOLI - La prima volta di Noemi al seggio, e scoppia la bagarre. Infrangendo la procedura, il presidente del seggio chiude la porta per farla votare da sola e il padre l'accompagna fino all'urna. Protestano i reporter esclusi e protestano pure i cittadini contro i vigili urbani che scortano Noemi alla macchina: "Vergognatevi! Scortate un semplice cittadino. E' una privilegiata".
La Repubblica

E' arrivata mano nella mano con l'attuale fidanzato Vladimir Doronin e poco dopo ha salutato con un bacio sulla guancia l'ex Flavio Briatore. La modella britannica Naomi Campbell ha monopolizzato l'attenzione dei fotografi del Gran Premio di Turchia facendosi ritrarre, sempre con stile, assieme al fidanzato e all'ex
La Repubblica

La sfida dell’attrice di Bollywood:
«Mi scelgo il marito in diretta tv»
Il reality show in partenza su un’emittente indiana osteggiato dai conservatori indù. Oltre 12.500 i pretendenti
Corriere della sera

Michelle e le figlie Shopping blindato nelle vie di Parigi
E’ stato un regalo davvero fantastico quello del presidente Obama alla piccola Sasha che compiva ieri otto anni: una città intera da scoprire e amare, e che città: Parigi. Con le vie bloccate dai poliziotti che scatano sull’attenti, i monumenti vuoti per poterli visitare con calma, il presidente Sarkozy e la moglie che spalancano le porte del Palazzo dell’Eliseo per porgere, anche loro, gli auguri. Sasha è la più piccola delle due figlie di Barack Obama: otto anni, tanti altri compleanni verranno per lei, ma quello di ieri resterà indimenticabile
La stampa

Infangate la mia dignità e la mia storia coniugale
«In queste settimane ho assistito in silenzio, senza reagire mediaticamente, al brutale infangamento della mia persona, della mia dignità e della mia storia coniugale. Certo è che la verità del rapporto tra me e mio marito non è neppure stata sfiorata, così come la ragione per cui ho dovuto ricorrere alla stampa per comunicare con lui.
Certo è che l’ho sempre amato e che ho impostato la mia vita in funzione del mio matrimonio e della mia famiglia».
Veronica Lario
Corriere della sera

/Alessandro Ibba/





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Malafemmena

Che male c’è se vogliamo qualcosa? Ce la prendiamo e basta! Vuoi una cosa? Te la prendi, se ne hai le palle, te la prendi e basta! Ma lei, eh no, lei, amico, non è in vendita. Ma se ne può parlare.
E’ l’ultima cosa che dice prima di chiudersi la porta alle spalle. Dopo restiamo solo noi due e un silenzio atroce che sembra volerci inghiottire.
Mi ha guardata negli occhi mentre ha mormorato questa frase a denti stretti. Mi ha inchiodata al muro con il suo sguardo e mi ha pietrificata per tanta schifezza c’era nelle sue parole. Denis è uscito da un bel pezzo e io non riesco a pensare ad altro. E’ inquietante. E’ come uno strano sogno del cazzo e dentro ci siamo noi due che non sappiamo che fare per quarantotto ore. E intanto io continuo a pensare a quella dannata frase. Che male c’è se vogliamo qualcosa? Ce la prendiamo e basta! Vuoi una cosa? Te la prendi, se ne hai le palle, te la prendi e basta! Ma lei, eh no, lei, amico, non è in vendita. Ma se ne può parlare. Tutto quello che accade attorno a me non ha più importanza. Niente è dannatamente importante quanto quella frase. Non il fatto che Denis è partito per la Germania e fotterà sei porsche nel giro di qualche giorno. Non il fatto che è già la quarta volta in sei mesi che fa questi giri assurdi per l’Europa e ogni volta rischia di finire dentro per traffico illegale di macchine. Non il fatto che la settimana scorsa la finanza ha suonato alla porta e lui si è buttato dalla finestra della camera da letto (stavamo facendo l’amore ed erano secoli che non lo sentivo venire in quel modo) lasciandomi nuda in quella stanza. Non il fatto che da qualche giorno c’è sempre un furgone nero parcheggiato proprio di fronte a casa e che forse Denis ha inscenato questa storia delle porsche in Germania per scappare lontano. Niente ha più senso di fronte a quella frase. Denis non è mai stato un gran amatore, ma almeno non ha mai cercato di barattarmi in cambio di qualcos’altro. Ma in cambio di cosa ha detto quella frase? Che sperava di ottenere? Non so darmi pace. Sembra sia più facile pensare alle parole di Denis che non guardare in faccia questo ragazzino che sembra spaesato, che vorrebbe dire qualcosa ma non sa cosa, che non vuole sbagliare, che magari è alle prime armi e anche lui si sta interrogando su cosa intendeva dire Denis.
Mi alzo, prendo il pacchetto di Marlboro light dalla borsetta e mi avvicino a lui.
“Vuoi?”
“Nun fumo”
“Perché non mi guardi negli occhi?”
Lui alza la testa. “Nun fumo”
Mi siedo sullo sgabello della nostra immensa cucina e lo guardo mentre aspiro il fumo. Perché invece a me piace un sacco, fumare. Accavallo le gambe, mi sposto i capelli dagli occhi e lo fisso.
“Quanti anni hai?” gli domando.
Lui abbassa di nuovo lo sguardo. “Ventidue”
“Come hai fatto a conoscere mio marito?”
“Veniva a gioca’ ai cavalli”
Sorrido. “Scommesse, vero? E quante ne ha vinte?”
Ora è lui che sorride. “Manco una” poi si accorge che lo sto guardando e sposta lo sguardo sul divano in pelle, sui cuscini damascati, sulla bottiglia di Frascati, sulla parete in parte ricoperta di mosaico.
“Ci sei mai venuto qua?”
“Intende qua a casa sua?”
“Sì”
“No, è la prima vorta”
“Ti piace?” chiedo schiacciando la Marlboro nel posacenere in marmo.

“Signorì, io so’ nato a Secondigliano e adesso abito a Valle de’ Fontanili. Eh, certo che me piace qua”
“E quindi che vogliamo fare?” come se ci fosse una conclusione a tutto questo.
“Che vogliamo fa’?”
“Mi porti a fare un giro?”
Lui ride. “Ma io nun sto qua colla machina, manco ce l’ho!”
“E come sei venuto? A piedi, da Valle dei Fontanili a Le Rughe?”
“No, co’ lo scooter”
“E ce ne andiamo con lo scooter”
Lui sembra perplesso. Io non sono mai stata così convinta.
“Dai, che questo posto puzza!” gli dico.
Mentre salgo sullo scooter, che mi sembra troppo bello per un ragazzo che è nato a Secondigliano e che ora abita a Valle dei Fontanili, mi ritorna in mente la frase di Denis. E’ inquietante. Mi sento carne al macello. Voglio togliermi questo schifo di dosso.
Esce dal quartiere e prende la strada per il centro storico.
“Tienite! Stai sicura?” domanda lui.
“Non c’è niente di sicuro”
“Ch’hai detto?”
Di sicuro c’è solo che ora mi faccio un giro da quindicenne con una mezza guardia del corpo di mio marito, che forse ci mangeremo un gelato e che non c’è niente di male se vogliamo una cosa, ce la prendiamo e basta!.
Stiamo in scooter da un sacco, ma io non mi sono ancora stancata. Sento che vorrei volare come questi uccelli che passano sopra le nostre teste, vorrei essere leggera come l’aria che scompiglia i miei capelli, vorrei che Denis fosse partito un sacco di tempo fa e che io mi fossi trovata qui molto prima di oggi. Ecco cosa vorrei, è chiedere molto?
Apro gli occhi e poi li richiudo. Roma mi passa davanti sottoforma di diapositive: l’arco di Costantino, Il Colosseo, il tempio di Vesta, teatro Marcello, il giardino degli aranci, una carrozza, un cavallo, una coppia che si bacia.
“Frena!! Ti ho detto frena!!”
Lui si ferma vicino al marciapiede. “Aho! Me sta’ a prende un corpo! Ma ch’hai fatto?”
“Una carrozza. Voglio andare su una carrozza come quella!”
“Ma come se fa’…”
“Dai…” faccio il broncio e mi sento veramente una quindicenne.
Lui sorride e mette in moto.
Poco dopo arriviamo al Testaccio. E’ pieno di curdi e di tende. Mi fa un po’ paura.
“Ce sta la carozza de mi padre libera. Piamo quella e te faccio fa’ tutto er giro de Roma, però devi sta’ dietro. Che sennò so cazzi!”
Mi sta simpatico il ragazzino.
La stalla puzza. Mi dice di aspettarlo fuori che ci vorrà qualche minuto. Intanto guardo le tende, guardo come vivono questi poveretti e mi chiedo come sia possibile che noi beviamo tutte le sere in bicchieri dipinti a mano e loro non hanno manco l’acqua per lavarsi.
Il ragazzino arriva con la carrozza. “Prego signorì”
Mentre giriamo per Roma, lui mi parla di suo padre che si è sputtanato tutti i soldi a giocare ai cavalli, che adesso si deve alzare tutte le mattine alle cinque per ritrovarsi in Piazza di Spagna con la carrozza a fare la conta, mentre lui non vuole fare quella fine.
“E cosa vorresti fare?”
“Io me sto facendo tutto da solo. Faccio ‘sto lavoro da du’ anni, metto via ‘n sacco de sordi. Aiuto tu marito, e presto riuscirò a compra’ du’ o tre cavalli da fa’ core quando vojo. E vedrai che sordi che farò!”
Sorrido. Lo lascio nella sua illusione. Non ho voglia di controbattere.
Arriviamo al giardino degli aranci.
Lui scende.
“Be’, che fai? Mi lasci qui? Non mi aiuti a scendere?” scherzo mentre lui non fa che fissarmi e io mi sento un po’ a disagio.
“Te sto’ a guarda’. Certo che nun me l’aveva detto Denis che c’aveva ‘na moglie così bella. Cor caschetto corto, er rossetto rosso e er vestito che s’ arza un pò, sei popo ‘na favola”
Allungo il braccio e gli dico di aiutarmi a scendere.
Camminiamo un po’ e respiriamo il profumo degli alberi, dell’erba fresca, della frutta.
Ho gli stivali scamosciati, morbidi sulla gamba, il vestito blu corto, che si alza ad ogni folata di vento, il caschetto che mi copre gli occhi. In effetti non mi sono truccata, solo il rossetto sulle labbra prima di uscire, mentre lui mi guardava sulla porta. E devo dire la verità, mi è piaciuto mettermi il rossetto mentre lui mi mangiava con gli occhi stando immobile sulla porta.
Anche adesso mi sta guardando.
“Non hai studiato?” gli domando.
“No. Nun me ne fregava niente. E poi ho visto mi padre quanto guadagnava e volevo fa’ come lui”
“Però non vuoi buttare all’aria tutto come ha fatto lui?”
“A me le sole nun me le fanno”
“A tuo padre ne hanno fatte?” mi siedo su una panchina. Un’altra folata di vento e il vestito mi si sposta, scoprendo il ginocchio. Lui mi guarda le gambe e capisco che ha ben poca voglia di parlare di suo padre.
Si siede accanto a me. “Ma quanto sei bella? Me piaciono le tue labbra?”
“Attento, stai scherzando con il fuoco. Io non penso che Denis dicesse sul serio prima di uscire di casa”
Davanti a noi c’è la cupola del Vaticano. Mi prende il respiro, fino a quando lui non mi stringe la mano. Mi attira a sé e tenta di baciarmi. Mi divincolo e mi metto a correre.
Ci cerchiamo tra gli alberi, tra i cespugli, tra il profumo di aranci, tra le panchine dove le coppie si stanno
baciando. Mi fermo, ansiamo. Mi scosto dal tronco di un albero. Di nuovo la cupola. Di nuovo mi manca il respiro. Sento i suoi passi che si avvicinano. La sua voce che mi chiama. Sembra proprio un ragazzino. Ha la voce da ragazzino. Le sue mani mi stanno sfiorando. Corro di nuovo. Non avrà tregua. Rido, come non faccio da tempo. Arrivo al portone. Vedo la carrozza. Salgo e urlo di gioia.
Lui mi raggiunge.
Poggia le mani sui miei fianchi. Mi guarda con gli occhioni pieni di desiderio. E questa cosa mi fa morire.
“Dai, che ho voglia di un gelato” gli dico.
Ferma la carrozza in piazza di Spagna.
Saluta alcuni amici che stanno aspettando di caricare dei turisti.
“Ce ne annamo a prende er gelato?”
Annuisco. “Anche se qui non è il più buono del mondo, però può andare”
“Ah, Save’ ma che sta’ a fa’? Ma vedi d’andà a Villa Borghese” urla uno dei suoi amici.
Lui ride ma non risponde.
Ci mangiamo il gelato seduti sui gradini.
“Ce vieni mai in centro con tu’ marito?”
Sorrido. “Con Denis? Ma no, lui dice che si stanca. Mi lascia la carta di credito e mi fa andare con Luigi o Rosita”
“E chi so’?”
“Luigi è l’autista, che adesso se n’è andato in Germania con Denis, Rosita la governante”
“Ammazza ao’, pure la governante c’hai!”
“Denis pensa che farmi uscire con qualcuno della famiglia sia più sicuro. Tanto non lo sa che se vogliono farci qualcosa possono in ogni momento”
“Ma fa’ che?”
Scuoto la testa. “Tesoro, tu non hai ancora capito in che giro si trova Denis. Se ci vuoi entrare, fai pure. Ma stai attento, devi essere molto furbo!”
“Io ce provo”
Lo guardo e per un attimo nei suoi occhi vedo la brama che aveva Denis alla sua età. Brama di potere, di soldi, di essere qualcuno, di riuscire in qualcosa, di superare il padre. E penso alle feste nella nostra villa, alla piscina piena di gente, alle ragazze nude, alle bottiglie di Champagne, alla musica, ai cavalli e alle macchine. Tutte quelle macchine che vanno e vengono.
E io che cerco di farmi spazio tra una bottiglia di Champagne, una porsche e Brunello, il suo cavallo preferito.
Ora che sono in camera da letto, mentre lui non mi vede, guardo la mia immagine riflessa allo specchio. Mi passo le mani sul corpo. Sento il collo liscio, le spalle ossute, il seno prosperoso, quel seno di cui mi vergognavo quando ero ragazzina, quel seno che Denis vuole che esibisca ogni volta che Brunello gioca, perché dice che porta bene, sento il mio ventre piatto, muscoloso per la troppa corsa, la voglia di correre è sempre stata una priorità nella mia vita e forse quest’ansia di fuggire via l’ho mantenuta tutt’ora, perché in fondo ogni volta che corro è come se stessi scappando da qualcosa. Fermo le mani sul sedere e rivedo mia madre che mi guarda dalla cucina, con la sigaretta perennemente in bocca, che sembrava che ce l’avesse attaccata, dirmi, ogni volta che uscivo con Denis: “ ‘Na bella mignotta!”.
Mi guardo riflessa allo specchio e nel mio viso vedo tracce di un padre russo inesistente da anni, invisibile ai miei occhi e a quelli di mia madre, vedo la sfacciataggine dei napoletani come mia madre, ma anche la loro genuinità, la loro vivacità, il loro modo teatrale di esporsi in pubblico, vedo i tratti esotici dei miei nonni sudamericani, vedo l’esperienza che mi ha plasmata in questi anni con Denis. E tutto questo si mescola e prende forma nel mio corpo. Eppure, in questo momento, mi sento bellissima, voglio essere bellissima, attraente come non lo sono mai stata. Voglio scendere dalle scale e vedere quel ragazzino (di cui non ricordo ancora il nome) che resta senza fiato. Anzi voglio fare di più, voglio rubargli… qualcosa di intimo, di suo, qualcosa che nessun altro potrà mai rubargli.
E mentre mi passo l’olio sulle gambe, sulle braccia, sui seni, penso a lui e rido per quel che verrà dopo. Perché lui non sa che faccio questo gioco ogni volta che Denis mi pianta a casa con qualche guardia del corpo del cazzo. Però è la prima volta che Denis esce di casa alludendo alla mia persona come fossi merce di scambio. E allora il gioco si fa più tosto. Io non amo perdere.
Indosso un vestito bianco, con una scollatura a goccia sulla schiena, mi spruzzo il profumo al gelsomino e infilo i sandali.
Lui è spalmato sulla poltrona. Sta guardando le anticipazioni del derby Lazio-Roma che ci sarà questa sera. Gli passo una mano sui capelli, lui si gira e sgrana gli occhi.
“Dimme che sei tutta pe’ me…!” sussurra con un filo di voce.
Mi siedo sullo sgabello in cucina, lo stesso dove stavo seduta qualche ora fa, quando Denis è uscito di casa. Il pacchetto di Marlboro è abbandonato sul tavolo. Allungo il braccio e prendo una sigaretta. Me la metto in bocca. “Hai da accendere?”
Lui si alza, prende un accendino dalla tasca dei jeans e mi accende la sigaretta.
“Grazie. Dove mi porti a cena?”
Lui deglutisce. “Te c’hai fame?”
“Molta. Tu no?”
Lui mi guarda e mi sta mangiando con gli occhi.
Di nuovo prendo la parola io. “Voglio che mi porti in un posto razzo, dove si mangia casareccio”
“Sei sicura?”
“Di cosa?”
“Che voi anna’ a magna’!”
“Certo”
Gli dico di prendere la mia cinquecento bianca, gli lancio le chiavi del garage e pure quelle della macchina. Lui non fa obbiezioni. Capisco che qualsiasi cosa gli domando lui la farebbe.
Un’ora dopo stiamo passando davanti la chiesa di San Paolo.
“Di sera è stupendo! Cristo messo così sembra un mosaico gigante da tanto che brilla!”
“Te ce potevano mette a te ar posto de Cristo, che tanto brilli allo stesso modo!”
Gli faccio una carezza, perché, nonostante la parlata romana, il modo in cui l’ha detto conserva tutta la dolcezza dei vent’anni che forse non sentirò più.
A tavola, davanti a un piatto alla carbonara gli domando:
“Lavorerai per Denis d’ora in poi?”
“Se me lo chiede, quarche favore jelo faccio”
“Ti paga bene, vero?”
“Eh certo che me paga bene. E poi se me chiama pe’ guarda’ te, pure se nun me paga vengo lo stesso!”
Rido. “Ma sei sicuro? I soldi ti danno tanto ma ti tolgono anche tanto!”
“No, a me non torgono niente!”
E ancora una volta rivedo Denis alla sua età.
Resto in silenzio fino a quando non entriamo a casa. Lui mi prende per mano, accende la radio. Passano Dancing Queen. Ci mettiamo a ballare. Lui mi abbraccia, mi fa girare, rido. Poi mi scosto, ballo da sola dandogli la schiena, poi lui mi riprende ancora per le mani e mi riavvicina a sé.
E mentre la canzone scivola tra le note di un altro vecchio pezzo lui mi bacia e io mi sciolgo tra le sue labbra.
Poi di nuovo mi sposto. Metto un cd di canzoni napoletane. Malafemmena è la prima. Sorrido, lui mi guarda immobile. Con una mano lo faccio sedere sulla poltrona, lui si sbottona la camicia, io faccio scendere la cerniera del vestito e ballo lentamente.
“Tu me voi fa’ impazzì!”
Sorrido di nuovo.
Lui canta e la sua voce si confonde a quella di Roberto Murolo.
“Femmene comm'a te nun c'hanno a sta
pe n'ommo onesto comm'a mme…”
“Onesto ma quando mai?” dico io e mentre ballo prendo una sigaretta e me la faccio accendere da lui.
Lui si alza, prende la sigaretta, fa qualche tiro e poi la poggia nel posacenere. E di nuovo canta:
“Femmena si doce comme u zucchero, però sta faccia d'angelo, te serve pe' 'ngannà…”
“Io non inganno nessuno!” rispondo con poca convinzione.
E prima di baciarmi canta: “ Femmena si tu a cchiu bella femmena, te voglio bene e t'odio, nun te pozzo scurda'…” .
Un bacio lungo che dura forse la canzone successiva. Tenta di togliermi quel mi resta addosso. Mi divincolo, gli sfilo la camicia, bacio il suo petto. Poi lui prende il volto tra le mani:
“Ma che voi da me?”
“Ti voglio rubare l’anima”
Balliamo ancora.
Mi bacia.
Lo lascio fare.
Lo bacio.
Mi lascia fare.
Non so per quanto tempo va avanti questo cercarsi di bocche, mani, gambe, di corpi intrecciati e sudati. So solo che il cd è finito e lui sta ancora tentando di togliermi le mutandine. Lo fermo. Sono seduta sulla scrivania di Denis, tra le mani mi capita una machina fotografica. La prendo e la porgo a lui.
“E che ce faccio?” mi chiede.
“Fammi delle foto”
“Così?”
“Così!”
“Qui?”
“Preferisci in camera da letto?”
Lui annuisce con il sorriso di chi la sa lunga.
Sono le undici del mattino quando sentiamo il rumore delle ruote sulla ghiaia. Apro gli occhi a fatica. Lui sta dormendo. Lo abbraccio.
Poi sento delle voci. Ne riconosco una. Forte, decisa, un po’ roca.
“Denis!” urlo mentre cerco di svegliare il ragazzo.
Lui biascica qualcosa.
“Denis! Cazzo, Denis!”
Il ragazzo si sveglia di soprassalto. “Che?”
“Denis! Vestiti! Dai cazzo!!”
In un attimo ci vestiamo, io aggiusto la parte di letto dove lui ha dormito. Scendo le scale raccolgo l’intimo mio e suo, corro in cucina, prendo il mio vestito bianco e i sandali e riporto tutto in camera mia. Butto nell’armadio, nel primo cassetto vuoto che trovo, la nostra biancheria intima e il mio vestito. E tutto questo mentre dentro di me risuona la musica di Benny Hill.
Denis apre la porta.
Io sono seduta sulla poltrona. Fumo.
Il ragazzo sta bevendo. Suda.
“Guarda, guarda come son tranquilli. Non vi siete mossi?”
Spengo la sigaretta nel posacenere. “Ciao Denis, hai fatto buon viaggio?”
Lui viene verso di me. Mi prende la mano e mi attira a lui. Mi bacia mentre guarda il ragazzo che ci fissa con aria incredula, come se fossi la sua donna. Denis si scosta da me. “Hai un buon profumo” mi dice nell’orecchio. E io non so se è ironico oppure se davvero ha intuito qualcosa.
Fa un cenno con il capo al ragazzo, che lo segue in giardino.
Li guardo parlare fitti per qualche minuto, forse di più.
Un’altra Marlboro. Sono nervosa. Non voglio che vada via.
Mi rivedo in carrozza con lui, sullo scooter, al giardino degli aranci, qui, nel mio salone, mentre balliamo, mentre lui mi stringe, mentre ci baciamo. In camera da letto.
Sono di nuovo in cucina. Si stringono la mano. Il ragazzo intasca una busta.
Mi guarda. Mi ferisce con lo sguardo. “Allora… vado…”
“Ti chiamo appena so qualcosa” dice Denis.
“Bene… ci… vediamo”
Denis lo saluta di nuovo, ma il ragazzo continua a stare sulla porta.
Lo saluto, abbasso lo sguardo.
Denis si volta verso me.
Mentre salgo le scale, sento la porta di casa che si chiude con un tonfo.
“Roberto Murolo? Te piace la canzone napoletana?”
Denis è in bagno.
L’acqua della doccia copre la sua voce.
Lui ripete.
Io non ho voglia di rispondere.
“E che ci fanno i bicchieri di Champagne?”
Resto in silenzio.
“E la bottiglia rovesciata sul tappeto?”
Silenzio.
Denis apre il box doccia, mi afferra per un braccio e mi fa uscire. Insieme al mio corpo esce una nuvola di fumo.
“Vi siete divertiti?”
“E’ stato di compagnia”
“Brava” mi dà uno schiaffo.
Io lo guardo negli occhi. Gli restituisco lo schiaffo.
Lui mi bacia. Finisce che facciamo l’amore in bagno.
Vibrazione. Suoneria. Non capisco dove mi trovo. Mi fa male la testa. Di nuovo qualcosa che vibra sul comodino e poi una suoneria. Mi sveglio. Denis è in piedi, in un angolo della stanza. Mi guarda allarmato.
“Cazzo” lo sento dire.
“Quando? Stasera? Brutto figlio d’una mignotta…!”
Sbatte il cellulare sul comodino.
“Che succede?” domando preoccupata.
Lui prende un’agenda. La sfoglia velocemente.
“Che succede?”
Ma Denis non mi risponde. Prende il cellulare, compone un numero.
Ha chiamato il ragazzo.
“Senti, me ne devo anna’ de novo… no… poi te spiego… pia er motorino e vie’ qua!” finge tranquillità.
Mi alzo, mi infilo la sua camicia.
“Insomma cosa c’è?”
Denis mi fa una carezza. “Niente, torna a dormire”
Lo conosco da troppo tempo. Quando fa così significa che c’è qualcosa di grosso sotto.
Il ragazzo arriva dopo mezz’ora.
Denis mi ha detto di restare in camera.
Devo capire. Penso lo voglia incastrare.
Apro piano la porta e scendo le scale fin dove non mi possono vedere.
Loro stanno fumando.
“Hai capito?” dice Denis, mentre si versa da bere.
“Ma nun ce sono mai annato” risponde il ragazzo
“E che è un problema? Te ce porta Luigi. Lui sa tutte le strade, gli indirizzi. Tu nun devi fa’ altro che di’ che sei figlio mio”
“E se me fanno domande?” il ragazzo è preoccupato. Lo sono anch’io.
“Ma che domande? T’ho già spiegato che Luigi te porta, tu scendi, finisci l’affare e mo’ te ne vai con macchina e soldi. Minchia te sto a fa’ guadagna’ al mio posto, me ringrazi così?”
Il ragazzo ride.
Denis fa lo stesso.
Si stringono la mano.
“Domani alle sette, puntuale” dice Denis prima di accompagnarlo alla porta.
Salgo le scale, apro la porta e mi metto a letto.
Lo vuole incastrare, ne sono sicura. Perché mandare un ragazzo inesperto a prendere una porsche e un sacco di soldi?
Lui entra in camera. Fingo di dormire. Mi abbraccia. Di nuovo facciamo l’amore.
Il giorno dopo Denis riceve un sacco di telefonate e a tutte risponde nello stesso modo: “Minchia, t’ho detto che devi stare calmo. E’ tutto risolto!”
Poi finalmente qualcuno chiama a casa. Ovviamente è per Denis.
Corro in camera da letto, alzo la cornetta e ascolto tutto.
“Guarda che su in Germania si sono accorti di tutto. Li hai fottuti e adesso vogliono tutti i soldi!” dice un uomo.
“Domani mattina parto, e vi porto tutti i soldi. E così sistemiamo ogni cosa” risponde Denis.
Si salutano.
Riattacco.
Mi faccio una doccia, mi vesto, mi trucco. Dico a Rosita che voglio andare a Campo de fiori a prendere della cicoria. Luigi ci accompagna. Ma a un certo punto gli dico di fermarsi.
“Prendiamo la metro e poi andiamo a piedi!”
“Da qui?” mi chiede perplesso Luigi.
Rosita mi guarda senza capire.
“Certo, guarda che bel sole. Voglio camminare!”
Lui fa spallucce e si ferma.
Lo salutiamo e ci incamminiamo verso la metro.
“Rosita ora reggi il gioco e così hai finito di fare questa vita di merda!”
Lei annuisce ma ancora non ha capito.
E mentre faccio tutto sento la frase di Denis rimbombarmi nella testa, “Che male c’è se vogliamo qualcosa? Ce la prendiamo e basta! Vuoi una cosa? Te la prendi, se ne hai le palle, te la prendi e basta!”. Ma soprattutto sento la canzone Malafemmena, cantata dal ragazzo con quella parlata napoletana un po’ storpiata.
Certo bisogna avere le palle. E io ne ho avute. Forse anche troppo.
Non è stato facile fare un grosso bonifico sul conto corrente di mia nonna, azzerando, o quasi, il mio. Non è stato facile, sganciarmi per tutta la mattinata dalla pressione di Denis che chiamava in continuazione per sapere dove stavamo e che facevamo. Non è stato facile trovare il ragazzo che, proprio quel giorno, non stava in Piazza di Spagna con la carrozza ma a San Pietro. Ho chiesto ad alcuni suoi amici, che mi hanno subito riconosciuta e, dopo averlo aspettato un’ora in Piazza di Spagna, l’ho visto arrivare più bello che mai. Non è stato facile spiegargli la sola che stava tramando Denis alle sue spalle. Denis doveva un mucchio di soldi ad alcune persone con le quali trafficava auto. Li aveva imbrogliati, sfidando la sorte, sapendo che era rischioso quello che stava facendo. Eppure aveva giocato con il fuoco. Il gioco, in fondo, è sempre stato il suo modo per affrontare la vita. Così, per uscire pulito da tutta questa storia si è inventato un nuovo arrivo di porsche dalla Spagna. Il ragazzo avrebbe dovuto andarle a prendere in Germania. Sarebbe stato un colpo che gli avrebbe fruttato molti soldi. Ma lui non sapeva che Denis stava mentendo. In Germania lo aspettavano sì, ma armati! Non è stato facile, ma alla fine il ragazzo mi ha creduto.
Così come non è stato facile trovare tre biglietti (uno anche per Rosita) per Montevideo.
Abbiamo comprato il necessario alla stazione termini. Con un taxi siamo andati a Ciampino. Alle nove di sera abbiamo preso l’aereo.
In fondo ha ragione Denis. Se vogliamo qualcosa ce la dobbiamo prendere e basta. Io volevo la mia
libertà, il mio corpo e la mia vita. Me le sono riprese. Fino a quando durerà questa storia? Non lo so. Ogni mattina mi alzo con la paura che Denis sia fuori dalla porta. E invece fuori c’è solo Nerone, il cavallo di questo ragazzo, che si sta preparando per una gara. Lo guardo sellare il cavallo, lo saluto e sorrido. Ho voglia di abbracciarlo. Allora esco e vado da lui. Ci baciamo. Facciamo l’amore nella stalla. Prima di venire si ferma, mi guarda e dice: “Tu sei popo ‘na malafemmena”.


/Sara Durantini/
Illustrazioni: Sara Ponziano





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Io e il maestro Charles

Sveglia alle 8.30. Fatto spesa per tutta la settimana. Birra finita il secondo giorno. Tornato al super. Conosciuto Rebecca. Preso numero di Rebecca. Dimenticato birra nel carrello. Sveglia alle 10. Terzo viaggio al super in tre giorni. Birra recuperata e acquistata con bancomat. Tornato a casa. Accorto di aver perso bancomat. Chiamo la banca. La banca non risponde. Chiamo Rebecca. Rebecca non risponde. Forse Rebecca lavora in banca. Vado a Tor Di Valle. Giocato trotto. Vinto 300 euro. Grazie Bellei. Bellei non perde mai. È una regola. Segnatevela. Torno a casa. Provo a richiamare Rebecca. Perso il numero di Rebecca. Bestemmiato. Appunto mentale numero1: mai segnare il numero di una scopabile sul retro di una giocata persa. Chiamo amici. Vengono da me. Guardiamo partita serie B tedesca in televisione. Scommettiamo on line sulla serie B tedesca. Vinciamo 50 euro. Incassiamo e copriamo coca. Tirato coca. Era merda. Andiamo a bere in giro. Conosco Angela. Preso numero di Angela. Ricordo appunto mentale numero1. Salvo Angela sul cellulare. Stampo le sue curve nella mia mente. Sveglia alle ore 12. Chiamo Angela. Angela stranamente non lavora. Penso che allora non sono l’unico. Penso che forse è la donna ideale. Angela arriva. Le offro una birra. Mi chiede un White Russian. Le chiedo se è solita citare Il Grande Lebowki. Non sorride. Vuole sul serio un White Russian. Lo preparo. Scopiamo. Le chiedo un pompino. Non vuole farmelo. Insisto. Me lo fa. Appunto mentale numero2: mai scoparsi una che fa i pompini usando i denti. Cancello appunto mentale numero2. Me la scopo comunque. Glielo tiro via dalla bocca. Me la sbatto nelle due posizioni canoniche. Ripetute volte. Vado da amici a vedere serie A ungherese. Scommettiamo on line sulla serie A ungherese. Perdiamo. Niente serata. Restiamo in casa a guardare vecchi film porno. Parte dibattito su pube maschile rasato. Concludiamo che se lo radono per farlo sembrare più lungo. Casa. Notte. Giorno. Sveglia alle 13.30. Due messaggi di Angela. Ne vuole ancora. Farebbe meglio a trovarsi un lavoro. Non rispondo. Mangio. Mi preparo. Vado a Capannelle. Gioco 150 euro in un pomeriggio. Perdo tutto. Odio il galoppo. Il cavallo è nato per trottare. Appunto mentale numero3: non scommettere più sul galoppo. Conosco Jennifer. Che nome da puttana, penso. Che nome strano, dico. Ai miei piaceva Vasco, risponde. Non prendo numero di Jennifer. Prendo direttamente Jennifer. La porto a casa. Lei i pompini li fa da dio. Una delle più grandi scopate di sempre. Appunto mentale numero4: stilare classifica delle mie più belle scopate di sempre. Mi chiede se voglio il culo. Le dico di darmi un attimo di tregua e le offro una birra. Beve birra. Mi chiede 300 euro per la nottata. Le chiedo se è una puttana. Mi risponde di sì. Appunto mentale numero5: mai scoparsi quelle che hanno un nome da puttana perché potrebbero essere puttane. Le dico che poteva dirmelo. Mi dice che a Capannelle lo sanno tutti. Le dico che non scommetterò più sul galoppo. Non le interessa. Provo a chiedere uno sconto. Risponde di no. Provo a chiedere il culo gratis. Risponde che è la parte più costosa. Mi rifiuto di pagare. Sveglia ore 16. Bernoccolo in testa. La puttana c’è rimasta male. Non ha trovato soldi. Ha preso il lettore dvd. Sorrido. Alle 18 appuntamento alla Snai. Faccio colazione con birra e pistacchi. Scommetto su trotto. Vinco 250 euro. Offro la serata agli amici. Coca buona stavolta. Conosco Samantha. Prendo numero di Samantha. Le chiedo se fa la puttana. Mi risponde di no. Non si incazza. Appunto mentale numero6: scoprire cosa significa dare della puttana a una tipa senza che questa di incazzi. Torno a casa alle 7. Sveglia alle 17. Chiamo Samantha. Arriva alle 21. Lei lavora. Faccio spesa. Ritrovo bancomat. Lo uso per pagare. Non lo avevo bloccato. Guardo la cassiera che per questo mi guarda basita. Le chiedo se è tutto ok. Le chiedo come si chiama. Le chiedo il numero. Le dico che la chiamo in settimana. Compro preservativi. Compro spray anti puttana. Torno a casa. Aspetto la forse puttana Samantha. Bevo birra. Studio le corse di domani. Mi accorgo di aver perso di nuovo il bancomat.


/Federico Vergari/





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Col cuore in mano

Caro amore mio,
possibile che non te ne accorgi?
Ti ho dato tutto.
Hai tutto!
Se solo volessi, potresti vivere ogni mese in una diversa città italiana.
Se solo volessi, potresti fare i bagagli e passare un intero anno a viaggiare.
Senza darmi notizie di te. Basterebbe uno squillo e capirei che sei tu. Che stai bene.
Hai una Mercedes per ogni colore dell'arcobaleno e una Ferrari nera come i fantastici occhi tuoi.
Ti ho dato un'istruzione da regina e un giorno con questa potresti davvero comandare un paese.
Volevi un pony e io ti ho dato un discendente di Varenne.
Volevi eccedere, come è giusto eccedere alla tua età, e ho pagato perché ogni tua curiosità, anche la più estrema, fosse controllata e col minimo rischio, per te e per le tue amiche.
Poi dopo il diploma hai voluto una vita più serena e la villa in Provenza ti ha aiutato a ritrovare te stessa.
Puoi avere tutto, ma potresti avere ancora di più.
Se solo decidessi di amarmi.
Se solo mi concedessi ancora una volta il tuo corpo.
Se solo volessi donarmi ancora un po' della tua giovinezza.
Ti amo e ti amerò per sempre.
E questo lo sai.
S.,
il tuo Papi




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Fantozzi REVolution

Non potevo credere ai miei occhi, il mio idolo era lì, in piedi davanti a me. Sebbene fosse lì sconfitto a chiedermi aiuto, la sua aurea di grandezza non risultava sminuita.
“Ma come è potuto accadere?”
“Tutto è iniziato quando mia moglie Pina mi lasciò, sa geometra...”
“Non sono Geometra sono un supereroe” puntualizzai.
“Si lasci chiamare così Geometra Bacheco, dicevo, prima mia moglie se ne andò di casa, dopo aver fatto quella serie Tv “un medico in famiglia”, poi pagai per far prendere Mariangela al Grande Fratello e sa i soldi non li avevo e li chiesi in prestito ad uno strozzino dell'ambiente.”
“Chi?”
“Maurizio Costanzo”
“Il cravattaro coi baffi?”
“Proprio lui, mi ha rovinato. Con i suoi interessi mi ha portato via tutto e poi Mariangela fu eliminata anche dal grande fratello, il primo giorno, subito dopo essersi spogliata per mettersi il pigiama che tra l'altro le avevo regalato io.”
“Ascellare?”
“Proprio così.”
Non riuscii a reprimere una smorfia di disgusto e al Ragioniere Ugo Fantozzi non sfuggì, ma d'altronde c'era abituato.
“Però ora” ricominciò con rinnovato orgoglio “ho un piano per rifarmi sul mondo televisivo e soprattutto su di lui, sul cravattaro, mi manca solo un gruppo di uomini di fiducia, uomini d'azione pronti a tutto per realizzarlo, per questo sono da lei geometra, lei mi deve aiutare, magari lei conosce qualcuno all'altezza del piano”
“Forse conosco le persone giuste”
“Allora mi aiuterà?”
“Certo ragioniere vadi, vadi pure ora. Ci vediamo domani a Tor di valle.”
“Tor... di... valle? Tor di valle... Trotto?”
“Precisamente.”

Fu così che il giorno dopo ci incontrammo all'ippodromo, lì avevo dato appuntamento a dei miei contatti, gente d'audacia, fantasia ed esperienza.
“Bakeko m'allunghi 50 euri?”
“Pomata non mi hai detto nemmeno ciao e già mi chiedi i soldi? Un po' di tatto che figura faccio io davanti al ragioniere, vi ho detto che dobbiamo parlare di affari importanti.”
“Si hai perfettamente ragione Baché il mio amico Pomata manca sempre di tatto, però, ecco vedi il fatto è che abbiamo una dritta per le mani una di quelle che non possono perdere, purtroppo però manchiamo di finanziamenti e se tu potessi prestarci appunto, il cinquantone, dopo la corsa si potrebbe parlare comodamente seduti, magari con una bottiglia di champagne....”
“Si champagne, Mandrake non ci provare che se aspetto che voi due vincete, non bevo nemmeno un chinotto.”
“Ora però sei ingiusto.” Il Pomata si offese e così iniziarono a tartassami entrambi e alla fine cedetti e finanziai la scommessa che era un'accoppiata sulla sesta corsa. Cardinale Jos e Lady D. Fantozzi intanto sembrava inquieto e prima della corsa mi prese da parte.
“Belin geometra ma non è mica che i suoi amici hanno il vizio del gioco?”
“No, no il vizio, diciamo la mania.” risposi.
“Ah ah meno male la mani... ma come la mania? Beh mi sento mollllto rinfrancato sa!”
La corsa partì e la voce dello speaker incominciò a gracchiare dagli altoparlanti.
“Partiti! Subito in testa Cardinale Jos seguito da Fantastica Deb e Altamirano in seconda ruota, poi seguono Esmeralda e Zecca di Brazza...”
“Ma Lady D?” Chiesi con uno sguardo di rimprovero al Pomata.
“Sta lì, sta lì è sorniona.”
“... Sempre in testa Cardinale Jos stacca di una lunghezza Fantastica Deb, in difficoltà Altamirano sorpassato in seconda ruota da Esmeralda poi Zecca di Brazza chiude il gruppo un' opaca Lady D...”
“Opaca? Ma quale opaca è sorniona!!!” ringhiò il Pomata.
“Vai Cardinà vai Lady D vai!” gridava spiritato Mandrake.
“... eccoci all'ultima curva Cardinale saldamente primo Esmeralda viene fuori molto bene in seconda piazza sorpassando anche Fantastica Deb, ma incredibile Lady D rimonta in quarta posizione e prova a passare Esmeralda e Fantastica Deb addirittura in terza ruota...”
“Vai cardinale, vai Lady D” ripeteva sempre più in trance agonistica Mandrake.
“Era sorniona era sorniona te lo dicevo io!” si vantava il Pomata.
“Siamo sul rettifilo finale Cardinale sempre primo Lady D conquista la seconda posizione con una fantastica progressione...”
“Vai Lady D, vai!”
“... Lady D prova addirittura ad infastidire cardinale Jos per la vittoria...”
“Ma ndò cazzo vai Lady D, fermati lì maledetta”
“... clamoroso Lady D vuole superare Cardinale Jos, ma no! lo tocca! Si scontrano! Sono squalificati e vince Esmeralda seguita da Zecca di Brazza e Fantastica Deb!!!”
“ Sorniona? Cogliona! Quella maledetta c'ha rovinato!” strillò Mandrake con la bava alla bocca!
Persi i miei soldi sulla sesta corsa, non ci rimaneva che trovare l'ultimo componente della banda che sembrava essere in ritardo.
“Bacheco” mi chiamò il pomata.
“Che c'è? Altri soldi non ve ne do”
“Aaahh con questi soldi manco fosse arrivato Rockfellè, no è che c'è una vecchia pure cicciona che ti guarda ti fa l'occhiolino”
“Ma dove?”
Non feci in tempo a girarmi che già si avvicinava una corpulenta e variopinta signora con un cappellone degno di Ascot.
“Bacheco che fa non mi riconosce? Sono io brigadiere Pasquale Zagaria.”
“Brigadiere ma come si è conciato?”
“ Bè lei mi ha detto una missione toposecrette e io con uno dei miei abili travestimenti mi sono vestito da signora avvenente”
“Avvenente? Vabbè lasciamo perdere facciamo le presentazioni”
“Piacere Mariposa contessina di Canosa... ehm scusate ero entreto nel personaggio, Brigadiere Pasquale Zagaria amo la mamma e la polizia!”
“Ma che è una guardia?” si preoccupò il Pomata.
“Non più... non più...”
“Beh in questo caso piacere Mandrake e questo è il mio socio il Pomata.”
“Io sono il Ragionier Ugo Fantozzi”
“Fantocci?” chiese Mandrake.
“No Fan-to-zzi.”
“Va bene, va bene Bambocci non si scaldi! In fondo mi sembra di capire che siamo qui per aiutarla”
Bene o male le presentazioni furono fatte così, ci spostammo in un luogo più appartato per discutere del piano.
“Per prima cosa sincronizziamo gli orologi, io faccio le 18”
“18:15”
“18:30”
“17:40”
“13:30, s'è fermato”
Superati i primi ostacoli organizzativi riuscirono a stilare un piano dettagliato, ma c'era un punto che non avevano pienamente considerato.
“E le armi?” chiesi io.
“ Quali armi?”rispose con un altra domanda il Pomata.
“Come armi? Bacheco lei mi ha garantito che non ci sarebbero stati spargimenti di sangue né vittime innocenti sennò io vi spezzo la noce del capocollo e tutti i denti.” protestò Zagaria
“Si, si ma come facciamo a bloccarli, li dovremo pur minacciare con qualcosa?” insistetti io.
“Il geometra Bacheco ha ragione questo è un piccolissimo dettaglio che avevo dimenticato di esaminare.”
“beh allora?”
“beh allora ognuno porta qualcosa. In fondo bastano due armi.” Esemplificò Fantozzi
“Ma come ognuno porta qualcosa ma è un rapimento o andiamo a fare Pasquetta? E poi non ho niente” esclamò Mandrake.
“Beh io ho la mia vecchia Beretta d'ordinanza....”
“Bene Zagaria, benissimo” si rallegrò Fantozzi che non voleva far saltare tutto il piano per quel piccolissimo particolare.
“Io... forse, anzi... sicuramente” continuai con più decisione “mi posso far dare un moschetto automatico Beretta, residuato bellico della seconda guerra mondiale, da una mia zia ricca....”
“...da una sua zia ricca? Sa Bacheco lei mi ricorda qualcuno...” disse Fantozzi.
E così tutto fu deciso.
Il piano era semplice, ma ardimentoso, l'obiettivo erano i telegatti che sarebbero stati consegnati
quella sera. Il brigadiere ed io travestiti rispettivamente da Maurizio Costanzo e suo marito Maria De Filippi, dovevano ritirare (ovvero rubare) i premi vinti dalla coppia più mafiosa del piccolo schermo, che erano cinque in tutto.
Naturalmente però, prima di ciò bisognava provvedere a neutralizzare i veri showmen. A questo avrebbe provveduto un commando spietato formato dal Pomata e Mandrake che armati, come deciso in sede di pianificazione, si sarebbero introdotti nella villa del pappone e della trans-consorte travestiti da idraulici.
A dirigere tutte le operazioni sarebbe stato naturalmente Fantozzi il basista, inoltre tramite Pasquale Zagaria avevamo trovato anche un autista di fiducia tale De Simone anche lui ex poliziotto, tutti i travestimenti infine, erano stati curati dal brigadiere.
“Questi due cretini mi avrebbero già dovuto chiamare. De Simone accelera altrimenti arriviamo tardi” Fantozzi era teso come una corda di violino.
“Non si preoccupi staranno per chiamare” provai a tranquillizzarlo.
Finalmente il telefono squillo, i due finti idraulici avevano compiuto il loro dovere ed ora noi potevamo entrare in azione.
“Allora mi raccomando, voi due vi sedete in platea vicini ogni volta che vi chiamano vi alzate, sorridete, salite sul palco, ringraziate il pubblico e riscendete subito dopo. Ricordate meno state sul palco meglio è. Io vi seguirò dall'ultima fila. De Simone tu aspetti fuori a motore acceso.”
“Va bene Fantocci”
“Fantozzi io mi chiamo Fantozzi ha capito merdaccia!” la tensione della rivincita aveva reso Fantozzi oltremodo autoritario, come mai era stato in vita sua.
Io e Zagaria entrammo in teatro senza problemi i suoi travestimenti erano efficaci mi fermai addirittura a firmare qualche autografo.
“Zagaria”
“Chiamami Maurizio cretino.”
“Cretina sono Maria.”
“Ecco appunto”
“Mi scusi è che sono un poco tesa, lei no?”
“Calma e gesso Bacheco, il compare qui non è un fesso. Io non sento né ansia né tensione e quant'è vero che mi chiamo Zagaria fregheremo i telegatti al fetentone! Adesso sorrida, sorrida!”
Finalmente ci accomodammo ed il gala ebbe inizio, conduceva Claudio Bisio il primo premio che ritirammo fu un premio alla carriera per Maurizio Costanzo. Zagaria fu impeccabile.
Venne il mio turno, vincevo personaggio femminile dell'anno, tutto filò liscio tenni un aria altezzosa che ben si confaceva a colei che interpretavo.
Mi chiamarono poi per la seconda volta ritiravo miglior trasmissione per “Uomini e Donne” ero ancora più a mio agio, sorrisi a tutti, ma ad un tratto mi ritrovai Milton accanto.
“Ciao Maria”
“Fantozzi è lei?”
“Mah, geometra come mi ha riconosciuto?”
“Ma cosa fa? E il piano?” Bisbigliai furioso mentre ci avvicinavamo al palco.
“Geometra io nella mia via non ho vinto mai niente nemmeno una coppa piccolissima...”
“Incosciente”
Sul palco decisi di assecondarlo e dissi che avevo deciso di ritirare il riconoscimento insieme al mio fido Milton.
“Ah che bel gesto” commentò Bisio.
Poi però incominciò a mangiare la foglia. “Ma Maria questo non è Milton! Cos'è uno scherzo?”
Non sapevo cosa risponder mentre Fiorello che consegnava quel premio incalzava: “No, no sicuramente questo non è il vero Milton. Ci dica il suo nome.”
“Ragionier Ugo Fanto... ehm Palomo!”
Ma proprio in quel momento dalla platea un uomo in mutande incominciò ad urlare.
“Impostore ladro mi ha picchiato e rubato i vestiti!” Ci fu sgomento nella sala quello era il vero Milton.
“Boni, state boni. E' tutto uno scherzo ho organizzato tutto io” Costanzo-Zagaria intervenne provando a salvare la situazione.
Ma una violenta irruzione vanificò i suoi tentativi.
“Ladri, assassini e impostori” erano Maria e Maurizio quelli veri “Ci avevano fatto sequestrare!”
I due tele-padrini erano riusciti a liberarsi dal nostro commando.
“Fantozzi scappiamo!” e lo strattonai per il braccio. Gli sgherri dei due potenti tele-boss balzarono in piedi per afferrarci nel frattempo la strada per l'uscita ci veniva chiusa da Kledi e Costantino, mulinai con tutta la mia forza il telegatto che avevo in mano e lo scagliai contro il ballerino colpendolo in piena fronte. Andò giù secco con un solo colpo.
“Ti spacco la capa frescone maledetto!” sentii gridare, poi un colpo sordo ed anche Costantino rovinò a terra messo K.o. dal telegatto di Zagaria.
Purtroppo per due che erano fuori combattimento un' altra mezza dozzina era pronta a scagliarsi contro di noi.
“Veloci sul palco, scappiamo da dietro le quinte!” Fantozzi guidava, io e Zagaria gli coprivamo le spalle respingendo gli attacchi dei vari VIP della platea che indemoniati gridavano vendetta. Colpimmo Giletti, Timperi, Dj Francesco, una letterina e persino due Carramba Boys.
Sul palco Fiorello si scagliò contro Fantozzi, “Non potete fare male ai miei maestri e restare impuniti! Merdaccia!” gridò.
“Merdaccia sarà lei ruffiano maledetto!” Rispose il ragioniere riuscendo a sfruttare lo slancio dell'anchor man per catapultarlo a terra e poi gli fu subito addosso mulinando pugni a tutto spiano, ma Fiorello incassava bene e riuscì anche a ribaltarlo. I due incominciarono a rotolarsi lottando furiosamente.
Nel contempo Costanzo guidava un drappello di tre tronisti, pronti a tutto pur di ingraziarsi i loro mentori, che saliva dal lato sinistro del palco, mentre Maria, Milton (in mutande), il mago Casanova e Garrison ci chiudevano da destra.
“Zagaria ci stanno circondando!” Gridai spaventato.
“Quant'è vero che sono devoto alla madonna del Gargheno ci spezzo le gambe ad uno ad uno con questa meno!”
Ci stringemmo schiena a schiena pronti a vendere cara la pelle, Fantozzi continuava a confrontarsi senza esclusione di colpi con Fiorello che tentava in tutti i modi di riprendersi il telegatto.
“Maledetti! Sciagurati!” continuava a gridare Zagaria i teledeficienti non si fecero pregare e si avvicinarono sempre più minacciosi.
“Forza Ca-gli-ari! Forza Gi-Gi-Ri-va” provvidenzialmente vedemmo spuntare De Simone che avvertendo il trambusto era corso in nostro soccorso ed eroicamente piombò addosso alla squadraccia di Costanzo appeso ad una fune delle quinte come Tarzan ad una liana della giungla.
Quasi nello stesso momento arrivarono Mandrake ed il Pomata che seppur rei di essersi fatti scappare i Bonny e Clyde del tubo catodico, furono decisivi nel contrastare il cravattaro con i baffi ed i suoi picciotti già atterrati da De Simone.
“Forza Bacheco Ammazziamoli!” Mi esortò il brigadiere brandendo il proprio telemicio, in un attimo fui sul mago Casanova e lo colpii ripetutamente sul corpo e sul volto, Zagaria invece assestò un potente gancio sulla mascella di Milton facendolo barcollare, lo colpì di nuovo e il corpulento ballerino andò al tappeto. Purtroppo però Maria vedendo il brigadiere alle prese con il suo scudiero né approfittò per assestargli un potente calcio nel basso ventre, Zagaria fu così messo fuori combattimento. Dopo aver sconfitto il mago Casanova, ero alle prese con Garrison il quale attaccato ai miei capelli non voleva scrollarsi di dosso. Maria approfittò del momento di empasse per sferrarmi due potenti cazzotti sullo stomaco mi ritrovai piegato in ginocchio con la checca ancora attaccata ai capelli e la perfida matrona ad approfittarne, quando ero ormai preparato al peggio sentì la presa del coreografo allentarsi e finalmente sciogliersi, con le ultime forze balzai in piedi strinsi il telegatto e lo sferrai sulla bocca di Maria, ella che ormai pensava di vedermi soccombere fu colta di sorpresa, l'impatto del micio dorato sulle sue labbra e su i suoi denti bianchissimi fu tremendo la vidi indietreggiare e la colpì ancora facendo schizzare il suo sangue e i suoi denti.
“Geometra ma lei picchia una signora!” Era un malconcio, ma indomito Fantozzi a parlarmi era stato lui a scrollarmi di dosso Garrison salvandomi.
“Ma quale signora e signora quella è una puttena!” Gli rispose Zagaria che finalmente si era ripreso ed infieriva sulla De Filippi a terra.
Anche il Pomata, Mandrake e De Simone avevano avuto la meglio sui loro avversari e ci raggiunsero nel centro del palco.
“Incapaci! Disgrazieti! Come avete fatto a farveli scappare?” Li ammonì l'ex poliziotto.
“Brigadiere le pare il momento? Via via alla macchina” intimò un risoluto Fantozzi con in una mano il suo tanto sospirato telegatto e nell'altra il codino-scalpo di Fiorello.
“Presto per di qua, scappate di qua!” A parlarci era il presentatore Bisio che fino a quel momento aveva assistito alla rissa in disparte, ma ora ci indicava la strada per la salvezza.
“Grazie ma perché ci aiuta?” Chiesi.
“Non mi sono mai andati a genio quelli là, sono contento che li avete suonati certo che li avete fatti neri!”
“Beh sa io sono buono e caro ma quando mi incazzo mi viene un diavolo per capello!” rispose eccitato Fantozzi. Al calvo presentatore il riferimento al cuoio capelluto non piacque e la sua espressione lo dimostrava così il ragioniere provò a rimediare “Mi scusi signor Kojak... ehm signor presentatore... vabbè comunque grazie, lei ci sta salvando! Prenda questo glielo regalo!” E gli mise in mano lo scalpo di Fiorello.
“Grazie mi sarà utile, ma ora andate”
Davanti alla porta trovarono Mike Bongiorno fermo ad aspettare.
“Ma cos'è questa fretta eh!? Tocca mica a me eh!? Che busta volete la uno, la due o la treeeee?”
Fantozzi lo schiaffeggiò e poi gli diede un calcio nel fondo schiena mandandolo a terra.
I sei uscirono e si fiondarono nella macchina. “Presto De Simone a tutto gas!” Tragicamente però invece del poderoso rombo che tutti si aspettavano la macchina emise un triste lamento e dopo aver tossicchiato un secondo si spense.
“Fi-ni-ta la ben-zi-na è!”
“De Simone maledetto come è fi-ni-ta la ben-zi-na?”
“ Sie-te voi che mi ave-te-de-tto di aspettare a mo-to-re-acce-so ed io aspettai!”
“Presto scappiamo via!” gridai vedendo uscire dal teatro una massa inferocita di VIP riuscivo a distinguere Bonolis, Ezio Greggio e Gerry Scotti con le loro bagasce svizzere, Marco Carta ed altri ancora. Continuammo a correre inseguiti per oltre un chilometro e la distanza si riduceva.
“Fantozzi vadi io mi fermo!” Esclamai stravolto.
“Geometra non mi molli proprio ora”
Continuai a correre ormai oltre il mio limite come gli altri del resto, ormai tutti temevamo il peggio e non sapevamo più come cavarci d'impaccio.
Quand'ecco che miracolosamente si accostò un pulmino nove posti.
“Bacheco ma lei è un deficente! Che minchia le dice la testa va a fare una simile impresa e non ci chiama a noi che siamo i geni del male?”
“Franco, Ciccio che ci fate qui?”
“Vi venimmo a salvare meschini! Salite salite presto!”
I due amici siculi ci caricarono salvandoci e finalmente potemmo tirare un sospiro di sollievo la cupola del mondo televisivo era stata sconfitta ed anche il Bakeko, il Pomata, Mandrake, De Simone, Pasquale Zagaria e soprattutto Fantozzi poterono dire:
“Abbiamo vinto!”

/Lorenzo Galieni/





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Donne, Cavalli e Champagne

“Vent’anni sembran pochi, quando ti volti a guardarli però non li trovi più”
F.D.G.


Donne, Cavalli e Champagne: tre parole che insieme sono una stagione, un momento preciso della nostra vita e quando dico noi parlo di un gruppo di amici, che sapeva ridere di tutto e soprattutto gli bastava un niente.

Donne, cavalli e champagne come stile di vita, come inno alla leggerezza, una spensieratezza ingenua, spiritosa, un credo nonsense da perseguire con serietà.

Donne, cavalli e champagne è una parola segreta per accedere a un mondo senza pensieri, fatto di piccole soddisfazioni, sfottò innocui e soprattutto l’enorme pregio di non prendere niente e nessuno sul serio.
Come il sogno di fare il mantenuto, come nei film di Banfi, Villaggio e compagnia bella, come l’estate dopo la scuola, come Porto Recanati, come una giornata di sole in cui non avere niente da fare ti fa sentire di avere tutto.

Donne, Cavalli e Champagne certo potrebbe essere anche la triade della volgarità, del disfacimento dei tempi, del vuoto più assoluto. Ma non per noi, non allora e neanche adesso. Niente vuoto ma solo leggerezza, niente volgarità ma solo sana voglia di divertirsi.

Ecco cos’erano per noi Donne Cavalli e Champagne, ecco che cosa è diventato per Rev.

/Alessandro Corazzi/





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Chi se ne frega

Ho voluto riesumare una vecchia rubrica presente nel settimanale “Cuore, settimanale di resistenza umana”. Tale giornale, fondato e diretto da Michele Serra nel 1989, (avventura editoriale conclusasi nel 1996) aveva una rubrica che si chiamava “…e chi se ne frega!” ossia notizie vere apparse nei principali quotidiani alle quali resta un solo commento … “…e chi se ne frega !”

Quindi anche noi di REV vogliamo far risorgere questa rubrica ! “… e chi se ne frega!!” oppure “…E sti cazzi !!”

Pornostar Usa in rivolta "Pochi dialoghi, troppo sesso"
"Sempre meno dialoghi e sempre più azione"... che per il genere porno significa sempre più sesso. Lo ha dichiarato la pornostar Savanna Samson al New York Times lamentandosi per l'impoverimento della sua professione. La Samson, 35 anni e una settantina di pellicole hard all'attivo, si è sfogata con il quotidiano: "una volta non vedevo l'ora di leggere una sceneggiatura, oggi è praticamente inutile: c'è solo sesso". L'attrice, un passato di ballerina classica e varie partecipazioni nei principali talkshow americani, ha detto: "Io amo costruire i miei personaggi anche dal punto di vista psicologico. Per il mio film 'Flasher' per esempio dove interpretavo una psicotica mi ero affidata alla sua storia personale di ragazza maltrattata dalla madre''
La Repubblica

Brunetta: «Le donne? Da quando sono ministro mi corteggiano molto»
Confidenze in tv: «Nel sesso ero imbranato, ora ho raggiunto ritmo ed eleganza. Sogno matrimonio e figli» e ancora «Sì, le donne mi corteggiano molto ora che sono ministro, ma anche prima»
Corriere della sera

Hunziker: mi ero invaghita di Bisio
La showgirl si confessa su «Tv Sorrisi e canzoni» per i 15 anni di carriera: «Un cruccio? La solitudine»
Corriere della sera

Su Wired il lavoro di un informatico e un medico legale che hanno esaminato il caso.
McCartney è morto? Le analisi sul suo cranio non smontano la credenza.
Le analisi scientifiche non smontano la credenza che il musicista sia scomparso nel 1966 dopo un incidente
Corriere della sera

Madonna, fisico scolpito e niente rughe: tutto merito della camera iperbarica.
Una camera iperbarica in ognuna delle sue case e poi scorte industriali di siero Rejuvenation (a base di acido ialuronico) che si porta dietro in ogni spostamento per l'apparecchiatura mobile che l'accompagna nei tours. E' il segreto della fisico impeccabile e delle rughe inesistenti sul volto della cinquantenne Madonna.
Il Messaggero

Picchiò Rihanna, Chris Brown ai fans: «Perdono, comportamento inaccettabile»
Ho detto a Rihanna un numero incalcolabile di volte, e lo dico a voi oggi, che sono veramente. veramente desolato di non essere stato capace di gestire quella situazione diversamente, e meglio», aggiunge. Chris Brown afferma di continuare «a cercare aiuto» per assicurarsi che «quello che è successo a febbraio non si ripeta mai più».
Il Messaggero

/Alessandro Ibba/


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Terzo capitolo

Da REV numero 8 - Incontri ravvicinati

I due si ritrovarono lì. In quella stanza semplice ma dignitosa, che ricordava una di quelle pensioni a due stelle del centro città, vicino alla stazione centrale. Stanza composta da due lettini singoli con rispettivi comodini, una bagnetto con il minimo indispensabile per lavarsi, e un piccolo armadio dove mettere le proprie cose. Lei indossa una vestaglietta semplice che copre una camicia da notte ancor più semplice, calze e ciabatte. Lui ha un pigiama azzurro cielo, vestaglia marrone old england, calzini e pantofole.
Si guardavano con una certa insistenza. Seppur avevano cenato insieme ai loro amici appena 15 minuti prima, sentirono l’esigenza di non fermarsi con gli altri davanti alla TV ma di ritirarsi in stanza. Una strana voglia era presa a entrambi. Voglia che ormai non sentivano da molto tempo… troppo tempo.
Lui si avvicina a Lei, le sfiora i capelli fragili, bianchi. Le sussurra delle parole incomprensibili… Lei sorride, abbassa il viso e imbarazzata si lascia sfiorare e baciare il collo.
L’emozione sale. Lentamente si levano tutto ciò che ricopre i loro corpi grinzosi e si adagiano sul letto. Lui con la sua mano pesante e rugosa le sfiora il viso, la bacia, la continua a toccare ovunque e lei piano piano si lascia andare.
Non si sentono addosso i loro anni , mai come in questo momento avere ottantatre anni è stato un problema.
Entrambi si abbracciano, senza sentire nessuna fatica; nessun dolore osseo li attanaglia, la prostata per lui non è più un fastidio, la cervicale e i dolori alla schiena lei non li sente più… e lentamente, senza fretta e gustandosi ogni momento... fanno l’amore.
Lo faranno per tutta la notte. Dimenticandosi degli amici, dei nipoti e dei figli che li hanno abbandonati in quella specie di pensione e soprattutto celebrando questo momento come il primo atto d’amore che la loro terza età gli ha donato.

/Alessandro Ibba/


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Miraggio

Da REV numero 18 - FFUH!

Pigiò forte sul pedale del freno, la macchina inchiodò e i pneumatici (o quel che ne rimaneva) stridettero sollevando una nuvola di polvere rossa. Aprì la portiera arrugginita la quale fece resistenza emettendo un pigro cigolio, un lamento di risveglio dopo secoli di disuso. Erano ore che vagava senza meta attraverso l’outback e finché era stata notte non aveva fatto caso all’aridità del paesaggio intorno a lui, mentre ora il solo guardarsi intorno gli seccava la gola e la visione di un po’ d’acqua corrente gli ingombrava la vista come un miraggio. Fortunatamente aveva trovato un punto di ristoro, che chiamare stazione di servizio era veramente troppo; una baracca di lamiera era affiancata da una pompa di carburante, il tutto avvolto da una nube di calore che si alzava dal terreno ocra smosso da rari segni di pneumatici.
Si accorse che la porta non esisteva, l’entrata era sul lato opposto a quello affianco al quale si era fermato, e consisteva in un foglio di lamiera piegato a 45 gradi rispetto al resto, incastrato nel terreno e pericolante nella sua parte superiore.
Entrò.
Nella penombra, alla quale i suoi occhi non si abituarono subito, scorse la figura che sedeva dietro il bancone di truciolato i cui bordi sembravano mozzicati dando l’idea di un appoggio alquanto periglioso. Il torso dell’uomo era coperto da una canotta bianca che mostrava aloni gialli di sudore nella parte adiacente al petto e poi anche alle due ascelle, la parte inferiore del corpo non era visibile, ma in testa portava un berretto a retina dal quale uscivano qua e là ciocche di capelli arricciati dalla sporcizia e di colore nero e bianco; il volto era occupato per la maggior parte da un naso grosso e bitorzoluto, affiancato da due occhi semichiusi dalle sopracciglia cadenti e sovrastante due labbra carnose spaccate dalle piaghe dovute al sole; le guance sembravano quelle di un cane boxer ed erano solcate da profonde rughe nelle quali le goccioline di sudore s’incanalavano come in un sistema di chiuse fluviali.
Naturalmente era un tipo di poche parole, a lui interessava solo rendersi conto il prima possibile di quanto si doveva muovere dal suo posto per servire i pochi clienti che riceveva, e farlo il più in fretta possibile, per poi ritornare al suo ambito sgabello a fissare la porta che non c’era.
Lui invece aveva voglia di parlare e riuscì a farsi dire che dall’altra parte della strada c’era un paese, incuriosito uscì fuori attraverso la non-porta e scrutò in direzione della carreggiata opposta.
Capì perché prima non si era accorto di un assembramento degno del nome di paese, semplicemente non c’era un paese ma 4 o 5 roulotte parcheggiate stabilmente in mezzo al nulla.
Rientrò nella baracca appoggiandosi alla pseudo porta e chiese se lo si stesse prendendo in giro ma l’uomo gli rispose che il “paese” (esistente quanto la porta) aveva anche un nome e gli mostrò la il messaggio di benvenuto stampato su etichetta adesiva che vendeva.
Sorpreso, notò l’espressione spazientita del suo interlocutore, evidentemente ansioso di tornare alla sua prolifica occupazione antecedente, così chiese da bere e del ghiaccio a parte.
I cubetti erano gialli, ma una cosa lo sorprese ancor di più: accanto al refrigeratore da dove il gentile personaggio aveva preso bibite e ghiaccio c’era quello che, nella penombra, lui aveva scambiato per un armadio ma che ora si rendeva conto essere una bara. Chiese delle spiegazioni e si sentì rispondere che la bara era in offerta, e si riceveva un ulteriore sconto se ci si scavava la fossa da soli. Naturalmente l’uomo non aveva intenzione di dare ulteriori spiegazioni ma la situazione era veramente incomprensibile e, sfidando lo sguardo bramante inedia, chiese il perché di un’offerta talmente inusuale.

- è per gli aborigeni!

Rispose una terza persona entrando dalla porta che non c’era; vestiva soltanto una salopette di jeans blu, con il colore e il tessuto consumati sulle cosce, niente scarpe, testa calva e una folta e lunga barba bianca; guardandolo meglio si accorse che la salopette era retta da una sola bretella, incrociata sul petto


per raggiungere il bottone opposto, lasciando penzolare l’altro lembo che scopriva così il capezzolo scuro circondato da ciuffetti di candidi peli. L’uomo al bancone tirò un sospiro di sollievo e rientrò nel suo stato simil-catatonico lasciando al vecchio l’incombenza delle spiegazioni.

- vede, qui siamo nel bel mezzo di una delle più trafficate “vie dei canti”, gli itinerari ripercorsi dagli aborigeni sulle tracce dei loro antenati mitologici, questa “via”, in particolare, è piuttosto estenuante dato che si estende nel mezzo del deserto e incontra anche diversi dislivelli; inoltre gli aborigeni sono soliti percorrerla in età avanzata, quando sentono che la morte è vicina e che per loro potrebbe essere l’ultima occasione per farla tutta o per morire con il massimo degli onori nei luoghi toccati dal progenitore della propria tribù.

Continuava a sfuggirgli qualcosa, ma vide che il vecchio calvo stava ricominciando a parlare dopo aver sorseggiato una buona metà della sua bibita.

- permetta che beva sotto suo pagamento visto che la gola mi si sta seccando per soddisfare la sua curiosità… comunque questo è il punto in cui di solito arrivano stremati e poco dopo si accasciano morenti al suolo. In questo modo si stava formando u vero e proprio cimitero a cielo aperto con relative nefande conseguenze, così, visto che io sono falegname ho cominciato a costruire bare in cui mettere quei poveretti, ma poi sono diventato troppo vecchio per scavare anche le buche, e il mio amico, qui, ha il suo lavoro, che come vedi lo tiene impegnato per tutta la giornata, quindi consigliamo a chi vuole un riposo dignitoso nell’aldilà di scavarsi una buca da solo, assicurando che se si muore nello sforzo, verrà comunque sepolto anche se non si assicura che questo avvenga immediatamente. Ecco tutto!

Si alzò, aprì la copertura di quel letto eterno e d’un tratto gli apparve la soluzione a tutti i suoi problemi, tutto sommato anche lui stava facendo un lungo viaggio e quel posto fuori dal mondo gli sembrava adatto a porre fine al suo vagabondare, pensò che un cuscino su cui appoggiare la testa e una tavola di legno a proteggergli la testa dalla pioggia erano sempre meglio del niente con cui si ritrovava ora. Chiese il prezzo ma si rese conto di non avere i soldi necessari, però aveva ancora la macchina, e i due accettarono lo scambio senza farsi troppe domande su cosa volesse fare quel viaggiatore con la bara…
Visto che la porta non c’era, portò agevolmente la bara fuori dalla baracca, dopo essersi fatto dare una pala dai due, che gli avevano inoltre indicato dove poter andare a scavare (soprattutto per sapere dove andare a recuperare la pala e chiudere la buca). Se la legò in vita con una lunga corda e la trascinò verso la meta come fanno i centometristi con i pneumatici in allenamento. Fu già faticoso arrivare sul posto in quel modo, e doveva pure scavare ora; la maglietta l’aveva legata in testa, per proteggersi dal sole e mentre scavava in quel deserto sembrava un arabo in cerca del petrolio.
La terra era dura, la fatica enorme e il sudore scendeva prima a rivoli sul suo corpo e poi cominciò a traspirare direttamente a chiazze, come fossero laghi emergenti spontaneamente dalla terra; lo scavo, però, lo teneva occupato, concentrato, ci provava gusto e ne rimase addirittura soddisfatto, pensava ci avrebbe messo chissà quanto e invece aveva già finito, gettò la bara nella fossa e pensò che un bel sonno se l’era proprio meritato, pensava di addormentarsi e quindi di non sentire niente quando sarebbe morto soffocato per mancanza d’aria dopo che il vecchio pelato avrebbe completato l’opera, si rimise la maglietta e si stese beato, si addormentò pensando a quei poveri aborigeni in fin di vita che dovevano fare tutta quella fatica per avere una morte dignitosa, mentre lui aveva sbrigato la pratica in poco tempo e con invidiabile vigore, ma allora… si addormentò con un pensiero incompiuto nella testa, d’altronde aveva guidato tutta la notte e ora era così soddisfacentemente stanco da non riuscire a finire i suoi stessi ragionamenti…

TUD! TUD! TUD! TUD! TUD!
Pensò di essersi svegliato nell’aldilà, e incuriosito aprì gli occhi per vedere come fosse: buio e stretto come una cassa da morto,
TUD! TUD! TUD! TUD! TUD!
D’un tratto fu preso dal panico, “mi sta sotterrando vivo!” pensò, “cosa sentirò quando comincerà a mancarmi l’aria?” si chiese nel panico,
TUD! TUD! TUD! TUD! TUD!
“Io volevo morire nel sonno, non volevo accorgermi di niente!”,
TUD! TUD! TUD! TUD! TUD!
D’un tratto la fine del pensiero incompiuto col quale si era addormentato gli si rivelò: ma allora perché non restare lì a scavare le fosse per i morituri? Si poteva far dare la differenza di prezzo che sottraevano a chi acquistava la casse da morto, non era molto, ma in quel posto non è che avesse bisogno di chissà cosa, giusto di una baracca di lamiera senza porta nella quale dormire e della soddisfazione che aveva trovato nello scavarsi la fossa… TUD! TUD! TUD! TUD! TUD! TUD! TUD! TUD! TUD! TUD! TUD! TUD! TUD! TUD! TUD!

- AIUTO! AIUTO! AIUTO! NON VOGLIO MORIRE! TIRATEMI FUORI DI QUI!

TUD! TUD! TUD! TUD! TUD! Il vecchio non lo sentiva…

- AIUTO! AIUTO! AIUTO! NON VOGLIO MORIRE! TIRATEMI FUORI DI QUI!

TUD! TUD! TUD! TUD! TUD! Niente…

- AIUTO! AIUTO! AIUTO! NON VOGLIO MORIRE! TIRATEMI FUORI DI QUI! AIUTO! AIUTO! AIUTO! NON VOGLIO MORIRE! TIRATEMI FUORI DI QUI! AIUTO! AIUTO! AIUTO! NON VOGLIO MORIRE! TIRATEMI FUORI DI QUI!

Provò con tutto il fiato che gli permetteva quello spazio ormai povero d’aria… TUD! TUD! TUD! TUD! TUD! Tu...

- ho capito bene, vuole essere tirato fuori?
- si, si la prego…
……………………………………………………………………………
era calmo ora, in piedi sul ciglio della fossa a guardare quella che era stata la sua tomba per un tempo breve ma più che sufficiente; espose la sua idea al vecchio
- si può fare, nel frattempo potrei anche insegnarle a costruire bare, ormai sono vecchio e se la piace il lavoro manuale si potrebbe anche appassionare all’idea…

- può darsi, per ora mi accontenterò di scavare fosse…

- venga, allora, la aiuterò anche a mettere insieme della lamiera per costruire la sua nuova casa, ne abbiamo ancora un po’ laggiù, c’è avanzata dalla costruzione dell’emporio. C’è solo un problema…

- quale?

- Non abbiamo porte…

/Ivan Cusella/


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Sconfitte

Da REV numero 1 - Sconfitte

E ora sto qui a farmi seccare le lacrime addosso alle guance. Che alla fine mi hanno quasi convinto di essere colpevole… colpevole di non essere stato creduto, di non essere credibile… colpevole di non aver ispirato fiducia… colpevole di aver detto la verità.
Molto meglio le bugie di mio fratello…quelle si che rendono nella vita… quelle che ha sempre detto per passarla liscia e per passare sul mio corpo… che tocca essere bravi a dire le bugie… ci vuole immaginazione… tocca essere intelligenti.
Mio fratello non è un bugiardo è solo uno che non ha mai detto la verità. E anche ora non sa niente… se ne sta lontano… e vivo… e felice e sicuramente se la riderebbe che anche stavolta mi ha messo in mezzo… che mi hanno messo dentro per colpa sua… riderebbe di me e della mia sfortuna.
Che qui quando è buio lo è per davvero e poi il silenzio è così forte che fa rumore e non serve a niente gridare perché il silenzio lo senti uguale e poi gridare nel vuoto è come mentire a se stessi… inutile. ed è inutile parlare da soli ed anche cantare… il silenzio che c’è è sempre più forte.
Che quando abbiamo l’ora d’aria allora si che mi metto a parlare e respiro più forte… giro in tondo come da bambino all’asilo ma è una libertà forzata come cani al guinzaglio… che almeno a loro è concesso di fare la pipì sul muro. Io a volte me la sono fatta sotto e altre ho pianto… e ho scoperto che le lacrime sono più salate del mare che c’è qui intorno. Nel buio penso e rimpiango ogni cosa tanto che ho la sensazione che non mi manchi niente.
La prigione è uno stato dell’anima… direbbe un poeta. È un posto di merda… commenterebbe chiunque altro. L’anima… è un posto di merda… quando sei dietro alle sbarre.
Mio fratello è vivo… ma per i giudici l’ho ucciso io… che anche i giudici non mi credono come non mi credeva mio padre… mio fratello è libero ed io in gabbia come un uccello… che qualche volta mi metto a cantare per imitare il suono della felicità… che per scappare ci vorrebbero due ali belle grosse… che tocca di essere liberi per saper volare.

/Alessandro Corazzi/


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Lezione di giornalismo

Da REV numero 22 - Buonasera, Italia

Quando gli amici di Rev mi hanno chiesto di scrivere qualcosa su questo tema, il giornalismo, ho capito che non sarebbe stato semplice. Nella mia testa mettere a fuoco la risposta diventava sempre più difficile. Un po’ come una macchina fotografica che non centra mai il soggetto giusto passavo da un pensiero all’altro, da una verità (la mia per carità) ad un’altra. Così rimandavo l’inizio di questo articolo (anzi me ne scuso ancora con gli amici di Rev) fino a oggi che ho capito da cosa derivava quella confusione. Faccio questo mestiere da poco meno di nove anni. L’esperienza non è ancora abbastanza per poter avere una visione complessiva. Se a questo sommate il fatto che secondo me il giornalismo “racconta” e non “si racconta” capite l’imbarazzo. Chiariamo quindi da subito che questa è la mia personalissima, umile e magari anche discutibilissima visione del giornalismo. Un mestiere a cui mi sono avvicinata per uno spiccato senso della giustizia, per un’insaziabile sete di verità e per la ferma convinzione che il giornalista non debba essere altro che lo strumento attraverso il quale le persone denunciano, raccontano, condividono. Quando ero ragazzina, capitava che mi chiedessero per quale ragione volessi fare questo lavoro, ho immaginato spesso una metafora. Vedevo il giornalista come una sorta di megafono attraverso il qualche chi subiva un torto poteva urlare, chi vedeva violato un diritto poteva dire e rivendicare. Insomma uno strumento a disposizione di tutti. Se questa era la mia romantica visione del mestiere a riportarmi alla realtà furono gli occhi di mio padre quando un giorno dissi. <>. L’avevo detto altre volte ma in quel caso lui capì che dicevo sul serio. Nei suoi occhi, uomo meraviglioso ma straordinariamente pratico, vidi il terrore. <>. Oggi capisco e vivo sulla mia pelle il significato di quella frase. Non che mio padre non vedesse l’attività del giornalista come un’attività nobile. Anzi, adesso più di allora, so come fosse vero il contrario. Voleva dirmi, perché con l’esperienza lo vedeva meglio di me, che sarebbe stato un percorso lungo e faticoso. Fare il giornalista oggi in Italia non è una cosa semplice. Ancora più se sei giovane e digiuno, diciamo così, di determinati ambienti. Ecco perché migliaia di giornalisti nel nostro paese faticano ad ottenere adeguati riconoscimenti professionali. Il risultato sono giornali e televisioni che si rinnovano poco e che sprecano energie fondamentali per crescere. Allargando un po’ il punto di vista il buon giornalista ha bisogno di maestri validi, di passione e di coraggio. Elementi molto difficili da trovare. Qui sono stata fortunata. Per il resto, i recenti fatti di cronaca e la loro evoluzione ne sono la dimostrazione, il giornalista dovrebbe sempre avere un punto di vista che è quello dato dalla verità dei fatti. Non è sempre possibile, l’ho sperimentato sulla mia pelle. Penso alla violenza di Capodanno alla Fiera di Roma. O a quella della Caffarella. In entrambi i casi le storie presero da subito una piega che si dimostrò poi sbagliata. I giornalisti sono caduti nella trappola (delle circostanze) e hanno espresso una sentenza non “attenendosi ai fatti”. Credo ancora, come quando ero ragazzina, che il giornalismo sia un meraviglioso e democratico strumento per urlare la verità e che quel “megafono” dovrebbe sempre rimanere a disposizione di tutti. L’esperienza mi ha anche insegnato però che la verità è necessariamente quella dei fatti e che quel “megafono” è anche uno strumento potentissimo che può portare alla verità ma anche fare molto male. Per questo bisognerebbe sempre usarlo con consapevolezza, buon senso, rispetto e onestà.

/Mara Azzarelli/


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Cattivo

Da REV numero 17 - Niente paura, abbiate paura

Fiumicino. Ore 1:03. Con un ritardo di circa un'ora e quindici minuti parte l'ultimo volo della serata.
La macchina di Enrico si mette in moto nel parcheggio dipendenti recupero bagagli per lasciarsi, un'ultima volta, l'aeroporto alle spalle. Proprio in quel momento, gli viene da pensare, un assonnato controllore di volo dall'alto della torre sta concedendo l'ok al decollo al primo aereo cargo della notte.
Il walzer notturno dello scambio merci ha così inizio.
Il walzer notturno delle merci.
Il walzer notturno delle merci.
Walzer.
Merci.
Walzer.
Merci.
Merci merci merci merci merci merci merci.
Walzer walzer walzer walzer walzer walzer.
La testa di Enrico si infesta di queste due parole. Una nenia fastidiosa e quasi ipnotica che ripete fino a perdere completamente traccia del significato di entrambe le parole. Un nenia che improvvisamente lo guida altrove. Non subito verso casa, come routine avrebbe voluto. Verso quello che quando staccava così tardi era solito chiamare il miglio blu. Ovvero la distanza di autostrada che serviva per collegare l'aeroporto alla provinciale che nel giro di una manciata di chilometri lo avrebbe portato a casa. Dentro un letto già occupato da sua moglie. Per dormire. O per fare l'amore.


Guidava da ormai mezz'ora senza una meta apparente. Alla ricerca di qualcosa che nemmeno lui sapeva bene cosa fosse. Poi, improvvisamente, si palesò nella sua mente. Gelando tutti gli altri pensieri. Il walzer e la merce avevano partorito la loro nemesi.

Sali
Gira l'angolo c'è un parcheggio dietro la GS.
Andiamo dove cazzo dico io.
Va bene bello, ma stai tranquillo.
Come ti chiami?
Veronica e te?
Ma sei italiana? Cristoddio non vado a troie da una vita e mi capita una ragazzina italiana!?
Ragazzina sarà tu' sorella. So' maggiorenne e comunque se c'hai paura fammi scende qui. Mi fai perdere solo tempo te, me sa.
Voglio il culo.
Tu sei scemo, fammi scende.
Mi hanno licenziato... oggi era il mio ultimo giorno. Ma te che cazzo ne sai? Hai idea di cosa sia l'indotto qui in questa cazzo di zona di Roma?
Me dispiace che t' hanno licenziato, te lo succhio a metà prezzo se vuoi, ma il culo te lo sogni.
Quanto vuoi per una scopata?
70 euro. 100 Senza preservativo.



Questi sono 350 euro. Ora accosto, tu intanto preparati a darmi il culo.
Fa come cazzo vuoi, me se mi vieni dentro il culo giuro che te lo taglio.

Veronica scese dalla macchina e poggiando le mani sulla portiera arcuò il corpo formando un perfetto angolo di novanta gradi. Enrico si accertò di essersi nascosto bene tra il verde della pineta e la raggiunse gettandosi subito sulle grosse tette.

Le grosse tette di una ventenne. Pensò che era passato un secolo dall'ultima volta che le sue mani, sempre troppo rovinate dal lavoro, avevano toccato tanta carne, così fresca.
Era iniziato per gioco qualche anno dopo il matrimonio. Tutti i martedì andava a giocare a calcetto e poi a mangiarsi una pizza con la squadra. Con la scusa di perdere la cognizione del tempo con gli amici ogni settimana rincasava sempre più tardi, dopo essersi scopato qualche giovane ragazza dell'est.
Aveva solo una prerogativa nello sceglierle. Le tette grosse.

Passò dalle tette alla fica. La sua lingua entrò dentro, lei si ritrasse per poi lasciarlo fare. Non era abituata a sentire piacere. Lei lo procurava in cambio do soldi e stop. Erano questi i taciti accordi lavorativi di chi esercitava la professione.

Enrico si sollevò dalla terra su cui era inginocchiato e si calò i pantaloni, fece mezzo giro intorno a Veronica per trovarsi davanti al suo bianco e tondo culo. Si sputò sulle dita della mano e gliele infilo nel buco culo. Poi prese il barattolo di nivea per le mani che sua moglie gli aveva messo nel cruscotto della macchina, per l'inverno, e si cosparse il cazzo di cremina bianca. Era tutto pronto. L'attrito e il dolore iniziali durarono poco trasformandosi subito nel calore avvolgente della penetrazione. Per entrambi, era chiaro, non era un novità.
Enrico iniziò a muoversi con ritmo lento ma deciso e lei, lentamente, a godere.
- A fine serata dovresti essere tu a pagare me...
- Continua stronzo!
- Ho una moglie, che amo, e un figlio di 7 anni che adoro. Domenica gli ho promesso di portarlo allo stadio. Al lavoro abbiamo fondato un Roma club e abbiamo comprato due abbonamenti collettivi. Così una volta l'anno ci capita di poter andare allo stadio e portare con noi un nostro familiare. Ma io non ho più un lavoro e non ho più il regalo che mio figlio attendeva da mesi.

Il movimento iniziò a farsi più insistente, ora piaceva anche a lui.
Gemevano entrambi. Le grida si perdevano nell'eco degli alberi della pineta a pochi passi dal mare che furtiva ospitava l'incontro contro natura tra un neolicenziato Alitalia e una puttana ancora ragazzina.

- Mi avevano detto che se firmavano per noi c'era speranza. Che avrebbero fatto fuori i piloti e gli assistenti di volo perché loro guadagnano troppo. Perché sono stati i loro vizi e fare il male dell'azienda. Io che male ho fatto? Io mica addebitavo alla mia società bottiglie di champagne per fottermi qualche troia di hostess.
- Più veloce!
- Zitta. Io mica portavo a cena fuori tutto l'equipaggio per festeggiare il mio compleanno con i soldi dell'azienda. Io mi limitavo a raccogliere i bagagli. A catalogarli e ad aspettare che qualche coglione venisse a riprenderseli.
- Non parla' e vai più veloce daiiiii!



- Ho detto che devi stare zitta. Che poi... io... ai sindacati... non ho mai creduto. Si sono mangiati tutto pure loro... si...si... si sono svenduti... e ora devo sfamare una moglie...e...e... crescere un figlio con un assegno mensile di 650 euro... ah.. ah...
- Non venirmi dentro.
- Inginocchiati e ingoia allora.

Eseguì l'ordine alla lettera e mentre deglutiva e succhiava si masturbava con la mano destra.
- Forse avevi ragione... dovrei pagarti io bello, non m'era mai successo di godere così tanto mentre lavoravo.
- E allora pagami. Sono 350 euro.

Veronica sorrise senza capire mentre portava a termine il suo lavoro orale.
Enrico le sferrò una ginocchiata sul naso e poi sul suo corpo stordito e riverso a terra iniziò ad infierire con calci in testa e sul costato, finché non perse i sensi. Si chinò sulla borsetta per riprendere i suoi soldi più altri 150 euro frutto delle precedenti ore lavorative. Le diede un altro calcio. Salì in macchina si spalmò la nivea sulle sue grosse mani rovinate dal lavoro, si accese una sigaretta, mise in moto e partì verso il suo miglio blu. Verso casa. Il suo futuro senza futuro era appena iniziato. Senza motivo.

/Federico Vergari/


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Sanza

Inedito. Non pubblicato su REV numero 25 - Donne Champagne e Cavalli

Big bamboo canta e mescola la voce coi tasti.
La sala è piena e qualcuno ti porta da bere.
Distratto si muove, qualcuno fuma,
serata di musica, ancora sabato al Sanza.
Il francese ubriaco si alza a ballare,
Teresa lo segue e guarda in basso
Si muove lento, si muove piano
Pensa lontano, con la mano in tasca
Beve una birra, si siede più in là.
Arriva un altro, e si comincia ad andare.
E una coppia ancora, e la sala è piena
La luce rossa adesso lo acceca
Teresa sorride, gli fa ombra sul viso
Accarezza Teresa, è bella e lo sa
Adesso non c’è spazio, neanche metà.
E Clementine canta, che sembra bambina
Raccoglie il cesto coi soldi, scalza cammina,
Scende dal palco, ti guarda stupita
La vedi arrivare, continua a cantare
L’inglese non sa, ma senza sbagliare
Ancora più in alto vuole arrivare.
Balla Teresa, balla più forte
Big bamboo ricomincia a cantare
Clementine ancora non fermare,
il francese è tornato, vuole ballare
è ancora presto,domenica è lontana,serata di musica, ancora sabato al Sanza.

/Carmine Fiume/


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Caro Amico ti scrivo

Da REV Numero 20

Caro nano,
ti scrivo per dirti che ti odio e ti odierò sempre.
Mi sembra di ricordare che tu ti chiamassi Edoardo, ma per noi tu fosti da subito, inequivocabilmente, il nano.
Ti ricordi di me?
Sono Lorenzo provo a rinfrescarti la memoria: estate '99. Portorecanati. Balneare Wanda.
Alessandra. Ancora niente?
Bé allora ti racconto tutto dall'inizio.
Quell'estate mi innamorai (forse per la prima volta) di Alessandra. Quando la vidi i primi giorni di Luglio fu subito amore a prima vista, così incominciai a corteggiarla. Io che nella prima settimana di vacanza avevo fatto il bagno si e no due volte, ero sempre in acqua quando si tuffava lei, così come ero puntualmente al bar quando prendeva un gelato e passavo casualmente dai videogiochi quando giocava lei. In breve tempo il mio interesse era palesato, così dovetti dichiararmi. Ricordo benissimo quel pomeriggio rovente, a me tremava la voce e a lei sudavano le mani, ma alla fine riuscii a finire il mio discorsetto artefatto. Mi diede un bacio, poi ebbe un sussulto e mi disse che doveva pensarci.
A cena non riuscivo a mangiare, cosa assai rara, i miei amici Flavio ed Alessandro miei ospiti a Portorecanati mi convincevano che ormai era fatta, che il bacio era un chiaro segnale, che stava per caracollare tra le mie braccia.
La sera invece mi disse che era ancora innamorata del suo ex ragazzo, di te, fu una doccia fredda, ma niente in confronto a quando ti vidi.
Sì nano di merda, io ti odio e ti odierò sempre perché eri bassissimo, la tua faccia invasa di brufoli, i tuoi capelli un panettone informe e il tuo occhio destro più chiuso del sinistro.
Si perché essere rifiutati a sedici anni era già pesante di per sé, ma essere rifiutati per te era veramente umiliante.
Io ti odio e ti odierò per sempre perché andavi al mare con i calzini e le scarpe da ginnastica come i contadini (e a Portorecanati contadino è il più grosso insulto immaginabile).
Io ti odio e ti odierò sempre perché a causa tua ho ascoltato Biagio Antonacci per due mesi.
Io ti odio e ti odierò per sempre perché riuscivi ogni sera a stupirci con le tue impresentabili camice variopinte del tipo: verde- blu-gialla o rosso-arancio-viola e la cosa che mi faceva più incazzare erano i miei amici che dopo un iniziale periodo di compatimento, iniziarono a prendermi per il culo, manco le mettessi io quelle schifezze addosso.
Io ti odio e ti odierò per sempre perché quella mattina che mi alzai e vidi sul balcone di Alessandra lo striscione: “Edo ti amo ancora...” volevo arruolarmi nella legione straniera.
Io ti odio e ti odierò per sempre perché quella mattina che i miei amici si alzarono e videro sul balcone di Alessandra lo striscione: “Edo ti amo ancora...” mi avrebbero seguito pure nella legione straniera pur di prendermi per il culo.
Io ti odio e ti odierò per sempre perché da quell'estate ogni volta che mi è ricapitato che una ragazza mi dicesse: “Mi dispiace, ma mi piace un altro” io ho sempre pensato che quell'altro fossi tu, nano bastardo.

/Lorenzo Galieni/


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Una calda e sudata introduzione

Dopo 25 numeri più o meno belli, più o meno riusciti, più o meno intelligenti e più o meno attuali ci concediamo il lusso, la supponenza e la tranquillità di proporvi un ventiseiesimo numero semplice. Semplice nella lettura e semplice anche nella realizzazione.
Un meglio di, anzi un'antologia per dirla alla maniera delle riviste letterarie tremendamente chic o un gratest hits per dirlo alla maniera di REV
Un'occasione per rileggere o magari leggere per la prima volta il meglio di noi.

Il caldo sole di luglio, oltre ad un eccessiva sudorazione e a qualche insolazione porta con se anche delle novità. Il nuovo sito, ad esempio (www.revonline.it), dove vi aspettiamo e che da settembre oltre al numero mensile ospiterà rubriche, recensioni e molto altro.

Tante altre novità sono all'orizzonte e speriamo a breve di potervene dare conto. Restate sintonizzati, restate con REV.
Buone vacanze.


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14 febbraio 2007

SOMMARIO

di LUGLIO:

- Miscellanea /Lorenzo Galieni/

- Confuso io? /Ivan Cusella/

- Il cassonetto /Stefania Carlucci/

- Non ci credo... Non so... Chissà... /Mauro Giorgini/

- Se /Alessandro Carozzi/

- La partita dei poveri /Carmine Fiume/

- Confusione /Francesca Consoli/

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