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28 luglio 2010
REV numero 33
15 marzo 2007
REV Numero 1
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15 febbraio 2007
REV Numero 0
clicca sulla copertina per leggere la rivista
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14 febbraio 2007
SOMMARIO
di LUGLIO:
- Miscellanea /Lorenzo Galieni/
- Confuso io? /Ivan Cusella/
- Il cassonetto /Stefania Carlucci/
- Non ci credo... Non so... Chissà... /Mauro Giorgini/
- Se /Alessandro Carozzi/
- La partita dei poveri /Carmine Fiume/
- Confusione /Francesca Consoli/
Leggi...
- Miscellanea /Lorenzo Galieni/
- Confuso io? /Ivan Cusella/
- Il cassonetto /Stefania Carlucci/
- Non ci credo... Non so... Chissà... /Mauro Giorgini/
- Se /Alessandro Carozzi/
- La partita dei poveri /Carmine Fiume/
- Confusione /Francesca Consoli/
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REDAZIONE
Editore
Associazione Panni Sporchi
Redazione e Direzione
Via Mar Rosso, 179 - 00122 Roma
347.17.19.258
www.revonline.it
redazione@revonline.it
Direttore Responsabile
Valerio Nasetti
Caporedattore
Federico Vergari
Impaginazione
Luana Vergari
Grafica e Fotografia
Alessandra Scamurra
Redazione
Ivan Cusella, Alessandro Corazzi, Carmine Fiume, Lorenzo Galieni, Alessandro Ibba, Claudia Piacentini, Alessandra Scamurra, Federico Vergari
Gestione sito
Alessio Angelico
Media Partners
L'Occhio Che
Leggi...
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L'Occhio Che
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Chi siamo
Sto uscendo dall’università, mi è andata bene oggi solo mezza giornata, vado di corsa a prendere la metro prima di bruciarmi il pomeriggio. Guardo il cellulare. Un messaggio, è Alessandro.
“Stasera ci vediamo a casa di Ivan, c’è anche Federico, ha in mente di fondare un giornale”. Parte il film, mi immagino già tutto: foto, interviste, editoriali, penso alle elementari, alle medie. Chi sa che fine hanno fatto tutte quelle storie, quelle battute di bambini che si divertivano a fare i giornalisti. Penso alla maestra che ci propose quell’idea, Vicari mi sembra si chiamasse. Una di quelle persone importanti che incontri nella vita e che accompagnano a crescere. Fai un pezzo di strada insieme a loro e non le dimentichi più. Ti regalano una passione, dei sogni, pur facendo il loro lavoro.
L’idea funzionò. Ogni settimana tra quelle pagine a quadretti, c’era una novità. Passavano pomeriggi ad incontrarci, a pensare tra succhi di frutta e brioche. Volevamo sorprendere, volevamo che qualcuno leggesse con piacere quello che scrivevamo, magari trovandolo addirittura bello. Si arrivava talvolta a discutere su chi fosse il più bravo, c’era rivalità, insomma ne eravamo innocentemente orgogliosi.
Circa dieci anni dopo arrivo all’appuntamento in ritardo… gli altri hanno già finito di cenare, mi spetta una pizza fredda da mangiare in fretta, per fortuna è quella giusta. Ancora un altro bicchiere di vino, scherziamo un po’ prima di cominciare, siamo tra amici. C’è curiosità nell’atmosfera, quasi imbarazzo. Siamo arrivati con in tasca già un’idea vaga ma sincera della cosa, c’è voglia di dargli un’anima. C’è leggerezza, siamo ragazzi cresciuti insieme, difficile prendersi sul serio.
Sappiamo che ci sono cose da dire, storie da raccontare, emozioni, sfoghi, idee da riscattare. Vogliamo esserci, a modo nostro, con le nostre parole immaturamente arrabbiate, con le nostre idee che nascono tra le battute di una tastiera, tra una canzone e un libro.
Ci salutiamo con la spazzatura in mano, quattro cartoni sporchi d’olio. Fuori fa freddo, già dicembre e non ce ne siamo accorti, meglio coprirsi bene. Allora ci risentiamo dopo le feste, va bene, auguri. Ritorno a casa spensierato e divertito con la voglia di far crescere la cosa, e già ne sono orgoglioso.
L’idea funziona.
Leggi...
“Stasera ci vediamo a casa di Ivan, c’è anche Federico, ha in mente di fondare un giornale”. Parte il film, mi immagino già tutto: foto, interviste, editoriali, penso alle elementari, alle medie. Chi sa che fine hanno fatto tutte quelle storie, quelle battute di bambini che si divertivano a fare i giornalisti. Penso alla maestra che ci propose quell’idea, Vicari mi sembra si chiamasse. Una di quelle persone importanti che incontri nella vita e che accompagnano a crescere. Fai un pezzo di strada insieme a loro e non le dimentichi più. Ti regalano una passione, dei sogni, pur facendo il loro lavoro.
L’idea funzionò. Ogni settimana tra quelle pagine a quadretti, c’era una novità. Passavano pomeriggi ad incontrarci, a pensare tra succhi di frutta e brioche. Volevamo sorprendere, volevamo che qualcuno leggesse con piacere quello che scrivevamo, magari trovandolo addirittura bello. Si arrivava talvolta a discutere su chi fosse il più bravo, c’era rivalità, insomma ne eravamo innocentemente orgogliosi.
Circa dieci anni dopo arrivo all’appuntamento in ritardo… gli altri hanno già finito di cenare, mi spetta una pizza fredda da mangiare in fretta, per fortuna è quella giusta. Ancora un altro bicchiere di vino, scherziamo un po’ prima di cominciare, siamo tra amici. C’è curiosità nell’atmosfera, quasi imbarazzo. Siamo arrivati con in tasca già un’idea vaga ma sincera della cosa, c’è voglia di dargli un’anima. C’è leggerezza, siamo ragazzi cresciuti insieme, difficile prendersi sul serio.
Sappiamo che ci sono cose da dire, storie da raccontare, emozioni, sfoghi, idee da riscattare. Vogliamo esserci, a modo nostro, con le nostre parole immaturamente arrabbiate, con le nostre idee che nascono tra le battute di una tastiera, tra una canzone e un libro.
Ci salutiamo con la spazzatura in mano, quattro cartoni sporchi d’olio. Fuori fa freddo, già dicembre e non ce ne siamo accorti, meglio coprirsi bene. Allora ci risentiamo dopo le feste, va bene, auguri. Ritorno a casa spensierato e divertito con la voglia di far crescere la cosa, e già ne sono orgoglioso.
L’idea funziona.
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14 gennaio 2007
Numeri Precedenti
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30 dicembre 2006
Chi se ne frega
Ho voluto riesumare una vecchia rubrica presente nel settimanale “Cuore, settimanale di resistenza umana”. Tale giornale, fondato e diretto da Michele Serra nel 1989, (avventura editoriale conclusasi nel 1996) aveva una rubrica che si chiamava “…e chi se ne frega!” ossia notizie vere apparse nei principali quotidiani alle quali resta un solo commento … “…e chi se ne frega !”
Quindi anche noi di REV vogliamo far risorgere questa rubrica !! “…e chi se ne frega!!” oppure “…E 'sti cazzi !!”
In questo numero:
Superbia
D'Alema show in Transatlantico: «Fioroniiii! È vero che te ne vai?»
L'ex ministro degli Esteri, dopo un lungo colloquio con Annagrazia Calabria del Pdl, affronta i cronisti: «Presidente, Fioroni dice che non resta nel Pd se diventa il suo partito...». D'Alema ci pensa meno di un secondo. Poi si affaccia dalle colonne che sporgono sul Transatlantico e a gran voce chiama l'interessato: «Fioroniiii, Fioroniiii... qua si dice che tu vai via dal partito...». Il responsabile formazione del Pd prova a spiegare: «Ma no Massimo. Io avevo solo paura che tu ti portavi via gli iscritti. Se tu e Bersani mi garantite che restate e con voi pure gli iscritti... resto anche io...». D'Alema chiosa rivolto ai cronisti: «Ecco, era 'na cazz... La dovete smette d'annà in giro a dì cazz... Ormai c'avete una certa età...».
Corriere della sera
Avarizia
Madonna, la material girl è diventata avara?
La diva multimilionaria e superimpegnata per l'Africa e l'Aids nel 2008 ha versato solo 459mila dollari in beneficenza
Il sole 24 ore
Lussuria
Moglie infedele "tradita" dal cane. Abbaiando la fa scoprire dal marito.
Appuntamento con l'amante in un caffè del centro storico. La saracinesca è abbassata ma non del tutto. Lei, un'avvenente mamma di poco più di 30 anni, si abbandona a un impeto di passione con il gestore cinquantenne del locale, dopo essere uscita con la scusa di un appuntamento con le amiche. Fuori dal bar ha lasciato il cane legato a una fioriera del marciapiede. In attesa del suo rientro, il marito e i due figli decidono di andare a comprare qualcosa da mangiare proprio in un fast-food a pochi metri di distanza dal bar. Il cane inizia ad abbaiare, fiutando la presenza dei padroni. Abbaia tanto da richiamare l'attenzione dei bambini che lo riconoscono.
La Repubblica
Invidia
Per i ricchi la crisi è già passata
Per i ricchi la crisi è già passata. Secondo un'analisi effettuata dalla Pricewaterhouse Coopers, la ricchezza delle 590.000 famiglie italiane più facoltose (numero stabile rispetto al 2008), che l'anno scorso ha subito una contrazione del 10,7%, nel 2009 metterà a segno una crescita del 19,3% grazie al miglioramento di performance dei mercati dei capitali, combinati agli effetti dello scudo fiscale.
Il messaggero
Gola
Dal bicchiere di bianco una minaccia per il sorriso: attacca lo smalto dei denti
A mettere in crisi il sorriso arriva anche il vino bianco. Niente brindisi a con Chardonnay o Pinot Grigio se si tiene allo smalto dei propri denti. Sarebbero infatti i vini bianchi a sferrare un attacco acido che corrode lo smalto. Sconsigliato invece un altro classico, fragole e champagne, così come come cocktail a base di bollicine e succhi di frutta
Il messaggero
Ira
Maradona: «Lo sfogo?Mia madre mi ha perdonato» Il ct della nazionale argentina si confessa: «Non mi pento». Poi confida: «Nessuna droga da 5 anni»
«Ho già chiesto scusa alle signore. È stato uno sfogo, ma non mi pento. Ho chiesto alla "Tota" (la madre di Maradona, ndr) se avevo sbagliato. In tal caso ero pronto a chiedere scusa. Lei mi ha detto che ero ok».
Corriere della sera
Accidia
Principe di stile
La sete di notorietà di Emanuele Filiberto di Savoia non si placa. Il vincitore della quinta edizione di “Ballando con le Stelle”, dopo aver smentito la sua partecipazione all'"Isola dei famosi", confessato di aver fatto uso di droghe e annunciato che tornerà in tv con un programma tutto suo, per non restare con le mani in mano, ha pure presentato a Milano nella prestigiosa cornice di 10CorsoComo la terza edizione della sua collezione. Ecco polo e camicie con stemmi ricamati di cotone per la parte Royal Clubs (che quest'anno propone anche dei capi femminili), camicie d'ispirazione militare, stampe di vecchie banconote e blasoni di lurex e seta, e infine le maglie della sezione Basic con colori a contrasto e il nodo d'amore, arricchito dal tricolore (ovviamente!) ricamato sul cuore.
La Repubblica
Leggi...
Quindi anche noi di REV vogliamo far risorgere questa rubrica !! “…e chi se ne frega!!” oppure “…E 'sti cazzi !!”
In questo numero:
Superbia
D'Alema show in Transatlantico: «Fioroniiii! È vero che te ne vai?»
L'ex ministro degli Esteri, dopo un lungo colloquio con Annagrazia Calabria del Pdl, affronta i cronisti: «Presidente, Fioroni dice che non resta nel Pd se diventa il suo partito...». D'Alema ci pensa meno di un secondo. Poi si affaccia dalle colonne che sporgono sul Transatlantico e a gran voce chiama l'interessato: «Fioroniiii, Fioroniiii... qua si dice che tu vai via dal partito...». Il responsabile formazione del Pd prova a spiegare: «Ma no Massimo. Io avevo solo paura che tu ti portavi via gli iscritti. Se tu e Bersani mi garantite che restate e con voi pure gli iscritti... resto anche io...». D'Alema chiosa rivolto ai cronisti: «Ecco, era 'na cazz... La dovete smette d'annà in giro a dì cazz... Ormai c'avete una certa età...».
Corriere della sera
Avarizia
Madonna, la material girl è diventata avara?
La diva multimilionaria e superimpegnata per l'Africa e l'Aids nel 2008 ha versato solo 459mila dollari in beneficenza
Il sole 24 ore
Lussuria
Moglie infedele "tradita" dal cane. Abbaiando la fa scoprire dal marito.
Appuntamento con l'amante in un caffè del centro storico. La saracinesca è abbassata ma non del tutto. Lei, un'avvenente mamma di poco più di 30 anni, si abbandona a un impeto di passione con il gestore cinquantenne del locale, dopo essere uscita con la scusa di un appuntamento con le amiche. Fuori dal bar ha lasciato il cane legato a una fioriera del marciapiede. In attesa del suo rientro, il marito e i due figli decidono di andare a comprare qualcosa da mangiare proprio in un fast-food a pochi metri di distanza dal bar. Il cane inizia ad abbaiare, fiutando la presenza dei padroni. Abbaia tanto da richiamare l'attenzione dei bambini che lo riconoscono.
La Repubblica
Invidia
Per i ricchi la crisi è già passata
Per i ricchi la crisi è già passata. Secondo un'analisi effettuata dalla Pricewaterhouse Coopers, la ricchezza delle 590.000 famiglie italiane più facoltose (numero stabile rispetto al 2008), che l'anno scorso ha subito una contrazione del 10,7%, nel 2009 metterà a segno una crescita del 19,3% grazie al miglioramento di performance dei mercati dei capitali, combinati agli effetti dello scudo fiscale.
Il messaggero
Gola
Dal bicchiere di bianco una minaccia per il sorriso: attacca lo smalto dei denti
A mettere in crisi il sorriso arriva anche il vino bianco. Niente brindisi a con Chardonnay o Pinot Grigio se si tiene allo smalto dei propri denti. Sarebbero infatti i vini bianchi a sferrare un attacco acido che corrode lo smalto. Sconsigliato invece un altro classico, fragole e champagne, così come come cocktail a base di bollicine e succhi di frutta
Il messaggero
Ira
Maradona: «Lo sfogo?Mia madre mi ha perdonato» Il ct della nazionale argentina si confessa: «Non mi pento». Poi confida: «Nessuna droga da 5 anni»
«Ho già chiesto scusa alle signore. È stato uno sfogo, ma non mi pento. Ho chiesto alla "Tota" (la madre di Maradona, ndr) se avevo sbagliato. In tal caso ero pronto a chiedere scusa. Lei mi ha detto che ero ok».
Corriere della sera
Accidia
Principe di stile
La sete di notorietà di Emanuele Filiberto di Savoia non si placa. Il vincitore della quinta edizione di “Ballando con le Stelle”, dopo aver smentito la sua partecipazione all'"Isola dei famosi", confessato di aver fatto uso di droghe e annunciato che tornerà in tv con un programma tutto suo, per non restare con le mani in mano, ha pure presentato a Milano nella prestigiosa cornice di 10CorsoComo la terza edizione della sua collezione. Ecco polo e camicie con stemmi ricamati di cotone per la parte Royal Clubs (che quest'anno propone anche dei capi femminili), camicie d'ispirazione militare, stampe di vecchie banconote e blasoni di lurex e seta, e infine le maglie della sezione Basic con colori a contrasto e il nodo d'amore, arricchito dal tricolore (ovviamente!) ricamato sul cuore.
La Repubblica
/Alessandro Ibba/
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Accidia
Quando mi parlarono per la prima volta di questo numero incentrato sui sette peccati capitali, pensai immediatamente quale fosse il più attuale, nella mia vita e nella società che mi è attorno. La prima cosa che mi venne in mente furono tutti i documentari trasmessi nelle televisioni sull’obesità in continuo aumento, specialmente tra i bambini, e avendo anche il sottoscritto un bel girovita, degno quasi di una sequoia, pensai che il peccato di gola meritasse un posto di tutt’onore. Cercando conferma iniziai ad eliminare gli altri sei ma incappai subito nella superbia, e si sa che al giorno d’oggi nessuno è umile ed amorevole con il prossimo. L’avarizia, poi, è una vera “dote” di molti, che spesso la camuffano giustificandola con il periodo economico poco florido che stiamo vivendo. Per capire che anche l’ira non può essere ricacciata nelle zone basse di questa classifica, basta prendere la propria autovettura e incanalarsi nel traffico quotidiano di una qualsiasi zona di Roma, per assistere a scene scaturite da quel magico mix di ira-superbia, che è proprio degli automobilisti pendolari, quindi di molti di noi. L’invidia, che viene raffigurato come un peccato femminile, non mi sembrava proprio fuori da questo periodo storico. Di lussuriosi, poi, ne sono piene le strade di notte ed i giornali di giorno, con storie di “Primari e Servitori dello Stato” pizzicati in situazioni scomode. Ma analizzando a fondo la società di oggi e i pensieri che giornalmente mi trovo a fare, come in un viaggio dentro e fuori il mio famoso girovita, ho trovato come l’accidia possa essere il vero peccato capitale che più di tutti alberga nel nostro cuore. O almeno nel mio.
Innanzitutto c’è da fare chiarezza su quello che è forse, il peccato capitale meno chiaro e capito da tutti. L’accidia non è pigrizia, noia, voglia di non fare nulla. O meglio, non solo. L’accidia è una situazione di indifferenza e instabilità nei confronti della vita. Ovvero insoddisfazione per quello che si ha e che si fa, voglia di fuggire dalla realtà o di cambiarla, quello che più comunemente si manifesta con la voglia spasmodica e continuativa di cambiare casa, lavoro, automobile, nonostante quello che già si possiede sia qualcosa di difficilmente criticabile. Fuggire da questa realtà per cercare una realtà propria ma irreale, utopica. Così come capita quotidianamente a me.
Volevo essere Gilmour. O meglio, avrei voluto essere come Gilmour. Da sempre la musica è stata la parte più costante e importante della mia vita. Ricordo come fin da bambino, oltre a mettermi di buon umore e rendermi felice, come tutti gli altri bambini, quando ascoltavo della musica si attivavano in me processi straordinari, unici. Certo, fino ad una certa età la maggior parte della musica che ascoltavo erano gli lp di Minghi e Venditti che collezionava mia madre, e non è che mi facessero poi grande effetto. Ma già durante il ginnasio, quando con i compagni ci scambiavamo le audiocassette registrate dai dischi originali, iniziai a decodificare che certe emozioni, certe sensazioni, avevano radici molto profonde dentro di me. Ricordo ancora lo stupore e l’innocenza di quando ascoltai per la prima volta “Vedicara” di Guccini, o quando, sempre per la prima volta, bevvi tutto d’un fiato “The dark side of the moon”. Sul cinque quarti di Money capii che la musica sarebbe stata una malattia dalla quale sarei guarito difficilmente.
Era il marzo del 1998 e una febbre di stagione mi colpì. Allora non c’era internet o playstation a far compagnia durante la malattia (o almeno io non ne avevo) e allora mia zia ebbe la sciagurata idea di rispolverare dalla soffitta una chitarra appartenuta a mio cugino, reperto di una delle sue fugaci passioni. Iniziai quindi a strimpellare melodie del tutto dissonanti, poi ad accostare le note in forma più armonica come negli accordi. Crebbe velocemente in me la voglia di esplorare quelle sei corde in tutte le forme possibili ed immaginabili, perché la musica che ne uscisse fuori potesse essere il giusto complemento all’oggetto dei miei pensieri. Passai giornate intere a studiare le composizioni più affascinanti di De Andrè e di Dylan, sognando un giorno di sposare musica e parole così come avevano fatto quei grandi maestri. Ma la padronanza dello strumento mi portò velocemente fuori strada e quella che era nata come una vocazione, si trasformò ben presto in una spasmodica ricerca del successo, in una voglia irrefrenabile di arrivare lì dove le voci che suonavano nel mio giradischi erano arrivate. Terminai con molte difficoltà le scuole superiori e allora mi dedicai anima e corpo alla musica. Ma forse questa è la più grande bugia. Dedicai molto del mio tempo alla musica, organizzando concerti con un complesso col quale facevamo tutto rock anni ’70, per lo più Pink Floyd. In un contesto sociale come quello di piccole realtà montane, arrivò subito un modesto successo che appagò, seppur flebilmente, il mio desiderio di fare strada nel mondo della musica.
Una dicotomia tra il vivere intensamente il presente, fatto di palchetti, lucette e interessi di coetanei poco più che adolescenti, o buttare basi solide perché il futuro potesse riservarmi qualcosa di più importante che essere la guest star della sagra del tipico prodotto locale. Persi così di vista quella che era la realtà attorno a me e persi di conseguenza quella che era la direzione verso il mio futuro di sogni, che dal piccolo avrei potuto coltivare. L’angoscia e l’ansia verso ciò che doveva essere subito e che invece sarebbe stato domani se in quell’oggi avessi lavorato a dovere. Persi la tensione che quelle notti di note estive avevano creato dentro di me. Mi persi. Mi iniziai, spesso, a piangere addosso. Ad un certo punto feci uscire anche la storia che ero diventato troppo vecchio e che ormai ero out dal mondo della musica. Intrapresi così altri percorsi di vita lavorativa e sociale.
Oggi, a venticinque anni ho un lavoro a tempo indeterminato, una casa, una macchina, una moto, una splendida compagna eppure sogno ancora di essere Gilmour. A febbraio mi sono pagliato un po’ il cuore suonando all’Auditorium Parco della Musica di Roma, sicuramente non la festa del patrono del paesino sul cucuzzolo della montagna. L’amarezza è stata tanta nel pensare che quello sarebbe potuto esser stato il mio lavoro, se solo l’accidia non mi avesse attaccato come la tignola fa con la vite mentre in estate prepara l’uva per la vendemmia autunnale. Molti rimpianti, tanta tristezza e una buona dose di insoddisfazione. Restano ancora i sogni che spesso di notte mi colgono mentre suono alla Royal Albert Hall di Londra le canzoni che hanno segnato la mia esistenza. E quella bugia di essere troppo vecchi, che mi aiuta a guardare avanti.
Innanzitutto c’è da fare chiarezza su quello che è forse, il peccato capitale meno chiaro e capito da tutti. L’accidia non è pigrizia, noia, voglia di non fare nulla. O meglio, non solo. L’accidia è una situazione di indifferenza e instabilità nei confronti della vita. Ovvero insoddisfazione per quello che si ha e che si fa, voglia di fuggire dalla realtà o di cambiarla, quello che più comunemente si manifesta con la voglia spasmodica e continuativa di cambiare casa, lavoro, automobile, nonostante quello che già si possiede sia qualcosa di difficilmente criticabile. Fuggire da questa realtà per cercare una realtà propria ma irreale, utopica. Così come capita quotidianamente a me.
Volevo essere Gilmour. O meglio, avrei voluto essere come Gilmour. Da sempre la musica è stata la parte più costante e importante della mia vita. Ricordo come fin da bambino, oltre a mettermi di buon umore e rendermi felice, come tutti gli altri bambini, quando ascoltavo della musica si attivavano in me processi straordinari, unici. Certo, fino ad una certa età la maggior parte della musica che ascoltavo erano gli lp di Minghi e Venditti che collezionava mia madre, e non è che mi facessero poi grande effetto. Ma già durante il ginnasio, quando con i compagni ci scambiavamo le audiocassette registrate dai dischi originali, iniziai a decodificare che certe emozioni, certe sensazioni, avevano radici molto profonde dentro di me. Ricordo ancora lo stupore e l’innocenza di quando ascoltai per la prima volta “Vedicara” di Guccini, o quando, sempre per la prima volta, bevvi tutto d’un fiato “The dark side of the moon”. Sul cinque quarti di Money capii che la musica sarebbe stata una malattia dalla quale sarei guarito difficilmente.
Era il marzo del 1998 e una febbre di stagione mi colpì. Allora non c’era internet o playstation a far compagnia durante la malattia (o almeno io non ne avevo) e allora mia zia ebbe la sciagurata idea di rispolverare dalla soffitta una chitarra appartenuta a mio cugino, reperto di una delle sue fugaci passioni. Iniziai quindi a strimpellare melodie del tutto dissonanti, poi ad accostare le note in forma più armonica come negli accordi. Crebbe velocemente in me la voglia di esplorare quelle sei corde in tutte le forme possibili ed immaginabili, perché la musica che ne uscisse fuori potesse essere il giusto complemento all’oggetto dei miei pensieri. Passai giornate intere a studiare le composizioni più affascinanti di De Andrè e di Dylan, sognando un giorno di sposare musica e parole così come avevano fatto quei grandi maestri. Ma la padronanza dello strumento mi portò velocemente fuori strada e quella che era nata come una vocazione, si trasformò ben presto in una spasmodica ricerca del successo, in una voglia irrefrenabile di arrivare lì dove le voci che suonavano nel mio giradischi erano arrivate. Terminai con molte difficoltà le scuole superiori e allora mi dedicai anima e corpo alla musica. Ma forse questa è la più grande bugia. Dedicai molto del mio tempo alla musica, organizzando concerti con un complesso col quale facevamo tutto rock anni ’70, per lo più Pink Floyd. In un contesto sociale come quello di piccole realtà montane, arrivò subito un modesto successo che appagò, seppur flebilmente, il mio desiderio di fare strada nel mondo della musica.
Una dicotomia tra il vivere intensamente il presente, fatto di palchetti, lucette e interessi di coetanei poco più che adolescenti, o buttare basi solide perché il futuro potesse riservarmi qualcosa di più importante che essere la guest star della sagra del tipico prodotto locale. Persi così di vista quella che era la realtà attorno a me e persi di conseguenza quella che era la direzione verso il mio futuro di sogni, che dal piccolo avrei potuto coltivare. L’angoscia e l’ansia verso ciò che doveva essere subito e che invece sarebbe stato domani se in quell’oggi avessi lavorato a dovere. Persi la tensione che quelle notti di note estive avevano creato dentro di me. Mi persi. Mi iniziai, spesso, a piangere addosso. Ad un certo punto feci uscire anche la storia che ero diventato troppo vecchio e che ormai ero out dal mondo della musica. Intrapresi così altri percorsi di vita lavorativa e sociale.
Oggi, a venticinque anni ho un lavoro a tempo indeterminato, una casa, una macchina, una moto, una splendida compagna eppure sogno ancora di essere Gilmour. A febbraio mi sono pagliato un po’ il cuore suonando all’Auditorium Parco della Musica di Roma, sicuramente non la festa del patrono del paesino sul cucuzzolo della montagna. L’amarezza è stata tanta nel pensare che quello sarebbe potuto esser stato il mio lavoro, se solo l’accidia non mi avesse attaccato come la tignola fa con la vite mentre in estate prepara l’uva per la vendemmia autunnale. Molti rimpianti, tanta tristezza e una buona dose di insoddisfazione. Restano ancora i sogni che spesso di notte mi colgono mentre suono alla Royal Albert Hall di Londra le canzoni che hanno segnato la mia esistenza. E quella bugia di essere troppo vecchi, che mi aiuta a guardare avanti.
/Mauro Giorgini/
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Ira
Scusa, ma ho dovuto farlo.
Per il tuo bene. Per il tuo bene fisico, credimi e per il bene delle mie orecchie.
Ho dovuto imbavagliarti perché era l'unico modo per farti smettere di dire cazzate.
No, non essere spaventata! L'ho fatto per te!
Questa, vedi, questa non è una mannaia. Per chi cazzo mi hai preso? Per un macellaio tritacarne, forse? Per uno che sta tutto il giorno a servire donnine insoddisfatte dai loro mariti impotenti e che sbavano dietro a un ciccione del cazzo che suda e si sporca le mani di sangue? Il macellaio è un lavoro dove si scopa facilmente, lo sai? Almeno così mi hanno raccontato una volta. Ma io no. Io non sono un macellaio e questa non è una mannaia.
Quindi ora ti tolgo questo fottuto bavaglio, ma non dire più che questa è una mannaia, intesi?!
- Mmmmmhhhhhhhh
Come come?! Facciamo così se è ok muovi la mano destra.
- Mmmmmhhhhhhhh
Come? Oh, scusami le mani sono legate... Va bene allora facciamo così, se hai capito chiudi e apri gli occhi tre volte.
Uno... due... e tre... Bravissima.
Io le promesse le mantengo, ed ecco che ti tolgo il bavaglio.
Per tua informazione e per tua futura memoria ti faccio una lezioncina. Odio fare il professore, ma certe volte le troiette come te vanno educate sennò pisciano fuori cazzate ogni treperdue.
Questo, guardalo bene, non è una mannaia. Questo è un fottutissimo ROCK’N’CHOP. Un coltello perfetto per sminuzzare della serie Miracle Blade. Esatto quelle che vendono in televisione. È un coltello perfetto per sminuzzare e con delle tacche per rilasciare il cibo, che troviamo sul lato inferiore della lama. Questo incredibile coltello, che non sfigurerebbe neanche nella giungla vietnamita ha una doppia funzione. E qui inizia la magia… Grazie alla curvatura della lama può essere usato come una tradizionale mannaia ma, in maniera più banale, anche per tritare.
Poesia. Riesco a recitarla a memoria. Non so te, ma io quando vedo quel ciccione dello chef Tony resto estasiato davanti alla televisione. Potrei guardarlo per ore tagliare, segare, sminuzzare qualsiasi cibo e qualsiasi materiale possibile.
Lo chef Tony è una droga. Una fottuta droga catodica. E qual è il down di questa droga? È l'acquisto, chiaro.
Ho comprato tutta la serie per scoprire che è vero. Funzionano maledettamente bene questi coltelli. E indovina un po' qual è il mio preferito? Esatto. Il ROCK’N’CHOP. Proprio questo qui.
Non sfigurerebbe neanche nella giungla vietnamita... è stata questa la frase che mi ha fatto decidere. Che lo ha reso essenziale nella mia vita.
E di conseguenza diventerà essenziale anche nella tua.
Il nostro incontro è stato fortuito, qui in questo garage. Ma ha lasciato il segno. Sul mio paraurti, ad esempio e sul tuo volto, tra poco. Mi dispiace, ma da adesso in poi ogni volta che ti vedrai allo specchio e vedrai il tuo bel faccino da zoccola rovinato ti ricorderai che quando fai manovra devi tenere gli occhi aperti e non devi parlare col tuo amichetto per raccontargli che bel pompino gli farai stasera.
Devi solo essere concentrata alla guida. Chiaro?!?! No, non piangere... io non ti sto punendo, ti sto solo educando... fai un bel respiro e porgimi l'orecchio destro.
Dai, fai la coraggiosa che è quasi finita. Porgi l'orecchio destro al ROCK'N'CHOP.
Brava, così.
Per il tuo bene. Per il tuo bene fisico, credimi e per il bene delle mie orecchie.
Ho dovuto imbavagliarti perché era l'unico modo per farti smettere di dire cazzate.
No, non essere spaventata! L'ho fatto per te!
Questa, vedi, questa non è una mannaia. Per chi cazzo mi hai preso? Per un macellaio tritacarne, forse? Per uno che sta tutto il giorno a servire donnine insoddisfatte dai loro mariti impotenti e che sbavano dietro a un ciccione del cazzo che suda e si sporca le mani di sangue? Il macellaio è un lavoro dove si scopa facilmente, lo sai? Almeno così mi hanno raccontato una volta. Ma io no. Io non sono un macellaio e questa non è una mannaia.
Quindi ora ti tolgo questo fottuto bavaglio, ma non dire più che questa è una mannaia, intesi?!
- Mmmmmhhhhhhhh
Come come?! Facciamo così se è ok muovi la mano destra.
- Mmmmmhhhhhhhh
Come? Oh, scusami le mani sono legate... Va bene allora facciamo così, se hai capito chiudi e apri gli occhi tre volte.
Uno... due... e tre... Bravissima.
Io le promesse le mantengo, ed ecco che ti tolgo il bavaglio.
Per tua informazione e per tua futura memoria ti faccio una lezioncina. Odio fare il professore, ma certe volte le troiette come te vanno educate sennò pisciano fuori cazzate ogni treperdue.
Questo, guardalo bene, non è una mannaia. Questo è un fottutissimo ROCK’N’CHOP. Un coltello perfetto per sminuzzare della serie Miracle Blade. Esatto quelle che vendono in televisione. È un coltello perfetto per sminuzzare e con delle tacche per rilasciare il cibo, che troviamo sul lato inferiore della lama. Questo incredibile coltello, che non sfigurerebbe neanche nella giungla vietnamita ha una doppia funzione. E qui inizia la magia… Grazie alla curvatura della lama può essere usato come una tradizionale mannaia ma, in maniera più banale, anche per tritare.
Poesia. Riesco a recitarla a memoria. Non so te, ma io quando vedo quel ciccione dello chef Tony resto estasiato davanti alla televisione. Potrei guardarlo per ore tagliare, segare, sminuzzare qualsiasi cibo e qualsiasi materiale possibile.
Lo chef Tony è una droga. Una fottuta droga catodica. E qual è il down di questa droga? È l'acquisto, chiaro.
Ho comprato tutta la serie per scoprire che è vero. Funzionano maledettamente bene questi coltelli. E indovina un po' qual è il mio preferito? Esatto. Il ROCK’N’CHOP. Proprio questo qui.
Non sfigurerebbe neanche nella giungla vietnamita... è stata questa la frase che mi ha fatto decidere. Che lo ha reso essenziale nella mia vita.
E di conseguenza diventerà essenziale anche nella tua.
Il nostro incontro è stato fortuito, qui in questo garage. Ma ha lasciato il segno. Sul mio paraurti, ad esempio e sul tuo volto, tra poco. Mi dispiace, ma da adesso in poi ogni volta che ti vedrai allo specchio e vedrai il tuo bel faccino da zoccola rovinato ti ricorderai che quando fai manovra devi tenere gli occhi aperti e non devi parlare col tuo amichetto per raccontargli che bel pompino gli farai stasera.
Devi solo essere concentrata alla guida. Chiaro?!?! No, non piangere... io non ti sto punendo, ti sto solo educando... fai un bel respiro e porgimi l'orecchio destro.
Dai, fai la coraggiosa che è quasi finita. Porgi l'orecchio destro al ROCK'N'CHOP.
Brava, così.
ZOT!
/Federico Vergari/
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Gola
O sesso, o cibo.
Non si dica che i due maggiori piaceri della vita vanno a braccetto e si completano l’uno nell’altro, perché è vero solo nelle leggende, o nei film, come in quello lì dove Juliette Binoche si strafoga di cioccolato farcito di praline dal doppio ripieno, e ciononostante resta sempre in splendida forma, con Jonny Depp che le sbava dietro. No, la realtà è ben diversa, ed è sin dalla combinazione cromosomica che si decide a quali dei due vizi cederai maggiormente nella vita e, come vuole la legge di Murphy, sono rari i casi in cui si possono combinare sesso e cibo con disinvoltura, giacché la logica consequenziale vuole che l’amore per la tavola porti ad azzerare l’attrattiva erotica della propria silhuette.
Francesca era sempre stata convinta di questo. Ogni suo approccio, ogni sua più ridicola storiella per lei era sempre stata una lotta contro il mangiare. Se in condizioni normali un pranzo non era che un pranzo, in presenza di una qualsivoglia relazione lei doveva fare i conti con tutto ciò che determina un pasto, nei minimi termini, e sempre si domandava quale ignoranza porti gli uomini a poter pensare di invitare le donne a cena le prime volte che si invitano a uscire!
Che si mangi qualcosa in casa, in solitudine! Ma che ne sanno loro di quanto poco ci voglia a perdere l’equilibrio quando si cammina su un filo di autostima sottile e sdrucciolevole, tessuto lentamente e faticosamente, nutrendosi invano di tutti quei nobili discorsi sull’essere come si è, sulla bellezza interiore, e su quel chiletto che è tutta salute! No, alla fine è quel filo di panza in più o in meno a fare la differenza, Francesca dentro di sé lo sapeva. Anoressica? Problemi di nutrizione? Assolutamente no. Francesca si amava profondamente, e se una clavicola di tanto in tanto poteva esserle sembrata troppo sporgente, subito si era sentita legittimata a recuperare la zavorra che fortuitamente aveva perso: perché col mangiare non si scherza.
Era arrivata quella sera, una di quelle occasioni che aspetti con l’ansia di chi non mangia da un anno ed è invitato a un pranzo di nozze. Ecco, appunto, sempre al mangiare si va a finire: ed era proprio a questo che pensava Francesca mentre affrontava il dramma della pettinatura: “se mi offrirà di sgranocchiare qualcosa, o di bere roba gassata? Io so l’effetto che mi fa parlare mentre mangio o bevo!”. Le si gonfiava lo stomaco, per primo. Poi quel mix di ansia e aria partiva alla spasmodica ricerca di una delle valvole di sfogo possibili: lei chiaramente si tratteneva, coprendo con un sorriso da Monna Lisa dei lancinanti dolori all’addome. “Oltretutto stasera si va in discoteca, dovrò fare almeno finta di ballare” pensava, mentre i suoi capelli liscissimi e pulitissimi non si tenevano in alcun modo: sciolti le si spaccavano al centro della testa dandole un look “figlia dei fiori” che poco si addiceva all’abitino giromanica nero lucido e al suo fisico niente affatto sottile. Legati le davano l’aria di una signora in balera. Ed erano comunque i suoi capelli, che più se li toccava e più perdevano freschezza, e da lì a fine serata avrebbero avuto l’aspetto di una liquirizia leccata.
Doveva decidersi. Già aveva perso mezza giornata di lavoro solo per prepararsi con tutta la cura utile; era stata in palestra, si era depilata, aveva prenotato le cure dell’estetista con una settimana di anticipo, insomma quello era il massimo che potesse offrire al senso della vista: un’arruffata con le mani sopra la chioma e una sotto la nuca fu infine l’acconciatura, e un fermaglio da portarsi appresso era l’assicurazione di potersi migliorare all’occorrenza, o comunque di avere qualcosa da fare almeno coi capelli nel caso le fossero mancati gli argomenti.
Il problema qui era proprio la cena, perché l’appuntamento con lui e gli amici era dopo.
Il pasto ideale non avrebbe dovuto reimporsi: una fettina ai ferri secca come una suola di scarpe e due foglie d’insalata di numero, per impedire gonfiori anzi tempo, dovevano essere il massimo consentito. Ma, ahimè, quel sabato sera casa di Francesca era ricolma di parenti per il compleanno del fratellino Michele. Già era una colpa andarsene in occasione dei dieci anni del bamboccio, ancor più lo sarebbe stato mangiare da sola.
Il menù di mamma Paola in combutta con la nonna Gigliola differiva da quello tipico natalizio per la sola assenza di panettone e pandoro. Francesca doveva uscire verso le undici, erano appena le nove, l’attendeva una lotta di due ore contro tutti i manicaretti, ma soprattutto contro la bestia, il Mont Blanc previsto a fine cena: in assoluto il suo dolce preferito.
Aveva quasi digiunato per tutto il giorno, onde evitare che la pancetta potesse offendere la linea dell’abitino nero, e ora, per quanto il solo pensiero dell’amore la saziasse, aveva fame. Iniziò a fare tutti i suoi calcoli: mangiando gli affettati dell’antipasto avrebbe mangiato un secondo piatto, e l’olio della melanzana era più o meno quello che poteva concedersi in una cena frugale antispasmi. Quindi non restava poi che il diritto a della verdura e a un pezzetto di pane. Ma ecco arrivare monumentali i cannelloni di nonna Gigliola: be', pensò Francesca, il ripieno è sempre un secondo e in fondo l’affettato non era tanto, la sfoglia è come un pezzetto di pane…e proseguì così, con sottrazioni e associazioni, tra una chiacchiera e l’altra, mangiando uno di tutto fino allo scontro finale. Lo stomaco cercava già di farsi spazio sotto l’abitino, ma il Mont Blanc se ne fregava, e decorato con dieci candeline, giungeva solenne come un faraone, tra le mani di papà Andrea che andò a sistemarlo al posto di Michele, che nel frattempo se n’era già andato a giocare coi cuginetti: il festeggiato non tardò a venire ad accomodarsi in ginocchio sulla sua sedia per soffiare e sputacchiare su
candeline e dolce; mentre le porzioni venivano distribuite tra gli ospiti, compresa l’odiosa cugina Martina che si strafogava di qualsiasi cosa restando sempre un' acciuga, Francesca finse di non vedere la fetta di Mont Blanc destinata a lei: scelse di concentrarsi sui magnifici occhi di Nicola che la stava aspettando, sulle sue spalle tornite e le mani forti e ruvide, di chi non sta mai senza far niente. Si alzò, prese borsa e cappotto e salutando tutti con un larghissimo sorriso uscì a prendere la macchina, inseguita dalle raccomandazioni di Paola.
La pancia sembrava stare in pace e non accusare le conseguenze della scorpacciata d’aria, fatta per disquisire con lo zio Quirino a proposito dell’inutilità delle lauree letterarie, come quella che Francesca aveva appena preso; il vestito in fondo non cascava male.
Sotto casa di Mara c’erano le macchine di un bel po' di amici, ma non quella di Nicola. Pazienza, un’ultima controllata al trucco e giù: una strana sensazione allo stomaco che non era l’ansia. Tra i radunati sotto casa di Mara non c’era traccia di lui, e chiedere dove fosse poteva essere compromettente a quello stato delle cose: o forse no, ma Francesca era fatta così, non sapeva stare senza farsi problemi. Mara corse ad abbracciarla. Mara era un amica vera, le voleva lealmente bene, e Francesca ne voleva a lei. Si conoscevano abbastanza per capire con uno sguardo veloce tra di loro se ci fossero problemi: l’amica tirò per mano Francesca, che aveva già salutato tutti gli altri e le disse che Nicola non era potuto venire perché all’ultimo momento era uscito con altri amici venuti da fuori, che ci tenevano a vederlo. Francesca ripensò al Karma, e a quel telefilm dove il protagonista Earl doveva fare i conti con una forza misteriosa che ti perseguita e trova sempre il modo per punirti del male che fai. Ormai era un po’ che ci credeva per spiegarsi perché non gliene girasse mai una per il verso giusto, ed ora eccola lì a pensare a quali colpe avesse perché il ragazzo con cui aspettava di poter uscire da due settimane improvvisamente avesse cambiato programma. Aveva silurato la festa del fratello? No, in fondo era rimasta fino al dolce. Aveva risposto male a qualcuno? No, quando mai. Aveva mancato qualche impegno? No. Non era cambiato niente della sua vita da quando era uscita con Nicola la prima volta, e quella volta, che tutto andò bene e tutto era sembrato un bell’inizio, non era certo migliore di com’era adesso: la calma con cui Francesca riusciva a convivere con la propria perenne sfiga senza prendersela con nessuno era esemplare.
Si guardò intorno, e come in una sfera di cristallo vide con precisione come sarebbero state le ore successive: sarebbe stata l’unica sola in mezzo ad altre coppie, in un locale dove la musica assordante t’impedisce di fare qualsiasi cosa oltre a ballare, bere fumare e svuotare la vescica. Chiacchierare? Giammai. Mentre parli o meglio urli con qualcuno che è in coppia, ti basta voltarti un attimo che quando ti rigiri questo qualcuno già non può più risponderti perché ha la bocca occupata da due lingue. Ballare? Si, perché no: ma se sei da sola ti trovi a dover schermare gli uomini dai mille tentacoli, che credono tu sia lì sola al solo scopo di rimorchiare qualsiasi cosa respiri. Dopo una nottata così si vedeva uscire dal locale senza voce e coi timpani ovattati, e morire di freddo per raggiungere la macchina, arrivare a casa, alzarsi neanche tardi per via dell’aspirapolvere -perché per Paola la domenica non era tanto il giorno del Signore quanto della signora delle pulizie- star rincoglionita tutto il giorno, e poi ricominciare la settimana.
Allora capì. Il destino le aveva fatto un regalo, e i regali non si scelgono. Aveva deciso lui quale dovesse essere il suo piacere quella sera.
Francesca tornò in mezzo agli altri, e inventò che era passata solo a salutare, che doveva assolutamente tornare a casa perché aveva lasciato sola la madre a rassettare tutto dopo la cena per il fratellino. Tutti si bevvero la scusa perché evidentemente la presenza di Francesca sarebbe stata indifferente: solo qualcuno fece la mossa formale di dire un “ma che ti frega, vieni”, ma Francesca disse di no ringraziando con un sorriso. Lasciò Mara nella tristezza, ma certa che avesse capito e che tanto la tristezza le sarebbe passata in un’oretta.
Salì in macchina e in un batter d’occhio era già a casa. Zio Quirino stava andandosene per ultimo, e per non dargli soddisfazione Francesca le disse di essere tornata perché aveva dimenticato una cosa. I suoi stavano preparandosi per la notte e per fortuna non la sentirono rientrare, Michele dormiva sul divano e lì lo avevano lasciato, gli avevano tolto le scarpe e coperto con un piumone.
In frigo c’era ancora un quarto di Mont Blanc.
Francesca se lo portò al tavolo lungo dove c’era ancora la tovaglia con sopra un deserto di briciole. Si tolse gli stivali a trampolo, si sbottonò quel dannato tubino, scrollò via le briciole dal posto suo, e buttò le gambe sulla sedia di fronte; così mangiò il primo cucchiaio dell’adorato pasticcio di meringa, fiocchi di castagne e zucchero a velo. Non era un orgasmo, non era Nicola, ma in fondo in fondo tutto quello aveva il sapore di una scelta: Francesca pensò al sesso e al cibo che non vanno tanto d’accordo, e che non sono né vizi né peccati, soprattutto quando presuppongono una scelta; e pensò che se esiste il Karma dev’essere davvero un grande stronzo.
Si fidò di sé stessa e si sentì bene, talmente bene che con due bocconi si ritenne soddisfatta.
Rimise il dolce in frigo e se ne andò a letto, curiosa di vedere cosa le avrebbe riservato il nuovo giorno.
Non si dica che i due maggiori piaceri della vita vanno a braccetto e si completano l’uno nell’altro, perché è vero solo nelle leggende, o nei film, come in quello lì dove Juliette Binoche si strafoga di cioccolato farcito di praline dal doppio ripieno, e ciononostante resta sempre in splendida forma, con Jonny Depp che le sbava dietro. No, la realtà è ben diversa, ed è sin dalla combinazione cromosomica che si decide a quali dei due vizi cederai maggiormente nella vita e, come vuole la legge di Murphy, sono rari i casi in cui si possono combinare sesso e cibo con disinvoltura, giacché la logica consequenziale vuole che l’amore per la tavola porti ad azzerare l’attrattiva erotica della propria silhuette.
Francesca era sempre stata convinta di questo. Ogni suo approccio, ogni sua più ridicola storiella per lei era sempre stata una lotta contro il mangiare. Se in condizioni normali un pranzo non era che un pranzo, in presenza di una qualsivoglia relazione lei doveva fare i conti con tutto ciò che determina un pasto, nei minimi termini, e sempre si domandava quale ignoranza porti gli uomini a poter pensare di invitare le donne a cena le prime volte che si invitano a uscire!
Che si mangi qualcosa in casa, in solitudine! Ma che ne sanno loro di quanto poco ci voglia a perdere l’equilibrio quando si cammina su un filo di autostima sottile e sdrucciolevole, tessuto lentamente e faticosamente, nutrendosi invano di tutti quei nobili discorsi sull’essere come si è, sulla bellezza interiore, e su quel chiletto che è tutta salute! No, alla fine è quel filo di panza in più o in meno a fare la differenza, Francesca dentro di sé lo sapeva. Anoressica? Problemi di nutrizione? Assolutamente no. Francesca si amava profondamente, e se una clavicola di tanto in tanto poteva esserle sembrata troppo sporgente, subito si era sentita legittimata a recuperare la zavorra che fortuitamente aveva perso: perché col mangiare non si scherza.
Era arrivata quella sera, una di quelle occasioni che aspetti con l’ansia di chi non mangia da un anno ed è invitato a un pranzo di nozze. Ecco, appunto, sempre al mangiare si va a finire: ed era proprio a questo che pensava Francesca mentre affrontava il dramma della pettinatura: “se mi offrirà di sgranocchiare qualcosa, o di bere roba gassata? Io so l’effetto che mi fa parlare mentre mangio o bevo!”. Le si gonfiava lo stomaco, per primo. Poi quel mix di ansia e aria partiva alla spasmodica ricerca di una delle valvole di sfogo possibili: lei chiaramente si tratteneva, coprendo con un sorriso da Monna Lisa dei lancinanti dolori all’addome. “Oltretutto stasera si va in discoteca, dovrò fare almeno finta di ballare” pensava, mentre i suoi capelli liscissimi e pulitissimi non si tenevano in alcun modo: sciolti le si spaccavano al centro della testa dandole un look “figlia dei fiori” che poco si addiceva all’abitino giromanica nero lucido e al suo fisico niente affatto sottile. Legati le davano l’aria di una signora in balera. Ed erano comunque i suoi capelli, che più se li toccava e più perdevano freschezza, e da lì a fine serata avrebbero avuto l’aspetto di una liquirizia leccata.
Doveva decidersi. Già aveva perso mezza giornata di lavoro solo per prepararsi con tutta la cura utile; era stata in palestra, si era depilata, aveva prenotato le cure dell’estetista con una settimana di anticipo, insomma quello era il massimo che potesse offrire al senso della vista: un’arruffata con le mani sopra la chioma e una sotto la nuca fu infine l’acconciatura, e un fermaglio da portarsi appresso era l’assicurazione di potersi migliorare all’occorrenza, o comunque di avere qualcosa da fare almeno coi capelli nel caso le fossero mancati gli argomenti.
Il problema qui era proprio la cena, perché l’appuntamento con lui e gli amici era dopo.
Il pasto ideale non avrebbe dovuto reimporsi: una fettina ai ferri secca come una suola di scarpe e due foglie d’insalata di numero, per impedire gonfiori anzi tempo, dovevano essere il massimo consentito. Ma, ahimè, quel sabato sera casa di Francesca era ricolma di parenti per il compleanno del fratellino Michele. Già era una colpa andarsene in occasione dei dieci anni del bamboccio, ancor più lo sarebbe stato mangiare da sola.
Il menù di mamma Paola in combutta con la nonna Gigliola differiva da quello tipico natalizio per la sola assenza di panettone e pandoro. Francesca doveva uscire verso le undici, erano appena le nove, l’attendeva una lotta di due ore contro tutti i manicaretti, ma soprattutto contro la bestia, il Mont Blanc previsto a fine cena: in assoluto il suo dolce preferito.
Aveva quasi digiunato per tutto il giorno, onde evitare che la pancetta potesse offendere la linea dell’abitino nero, e ora, per quanto il solo pensiero dell’amore la saziasse, aveva fame. Iniziò a fare tutti i suoi calcoli: mangiando gli affettati dell’antipasto avrebbe mangiato un secondo piatto, e l’olio della melanzana era più o meno quello che poteva concedersi in una cena frugale antispasmi. Quindi non restava poi che il diritto a della verdura e a un pezzetto di pane. Ma ecco arrivare monumentali i cannelloni di nonna Gigliola: be', pensò Francesca, il ripieno è sempre un secondo e in fondo l’affettato non era tanto, la sfoglia è come un pezzetto di pane…e proseguì così, con sottrazioni e associazioni, tra una chiacchiera e l’altra, mangiando uno di tutto fino allo scontro finale. Lo stomaco cercava già di farsi spazio sotto l’abitino, ma il Mont Blanc se ne fregava, e decorato con dieci candeline, giungeva solenne come un faraone, tra le mani di papà Andrea che andò a sistemarlo al posto di Michele, che nel frattempo se n’era già andato a giocare coi cuginetti: il festeggiato non tardò a venire ad accomodarsi in ginocchio sulla sua sedia per soffiare e sputacchiare su
candeline e dolce; mentre le porzioni venivano distribuite tra gli ospiti, compresa l’odiosa cugina Martina che si strafogava di qualsiasi cosa restando sempre un' acciuga, Francesca finse di non vedere la fetta di Mont Blanc destinata a lei: scelse di concentrarsi sui magnifici occhi di Nicola che la stava aspettando, sulle sue spalle tornite e le mani forti e ruvide, di chi non sta mai senza far niente. Si alzò, prese borsa e cappotto e salutando tutti con un larghissimo sorriso uscì a prendere la macchina, inseguita dalle raccomandazioni di Paola.
La pancia sembrava stare in pace e non accusare le conseguenze della scorpacciata d’aria, fatta per disquisire con lo zio Quirino a proposito dell’inutilità delle lauree letterarie, come quella che Francesca aveva appena preso; il vestito in fondo non cascava male.
Sotto casa di Mara c’erano le macchine di un bel po' di amici, ma non quella di Nicola. Pazienza, un’ultima controllata al trucco e giù: una strana sensazione allo stomaco che non era l’ansia. Tra i radunati sotto casa di Mara non c’era traccia di lui, e chiedere dove fosse poteva essere compromettente a quello stato delle cose: o forse no, ma Francesca era fatta così, non sapeva stare senza farsi problemi. Mara corse ad abbracciarla. Mara era un amica vera, le voleva lealmente bene, e Francesca ne voleva a lei. Si conoscevano abbastanza per capire con uno sguardo veloce tra di loro se ci fossero problemi: l’amica tirò per mano Francesca, che aveva già salutato tutti gli altri e le disse che Nicola non era potuto venire perché all’ultimo momento era uscito con altri amici venuti da fuori, che ci tenevano a vederlo. Francesca ripensò al Karma, e a quel telefilm dove il protagonista Earl doveva fare i conti con una forza misteriosa che ti perseguita e trova sempre il modo per punirti del male che fai. Ormai era un po’ che ci credeva per spiegarsi perché non gliene girasse mai una per il verso giusto, ed ora eccola lì a pensare a quali colpe avesse perché il ragazzo con cui aspettava di poter uscire da due settimane improvvisamente avesse cambiato programma. Aveva silurato la festa del fratello? No, in fondo era rimasta fino al dolce. Aveva risposto male a qualcuno? No, quando mai. Aveva mancato qualche impegno? No. Non era cambiato niente della sua vita da quando era uscita con Nicola la prima volta, e quella volta, che tutto andò bene e tutto era sembrato un bell’inizio, non era certo migliore di com’era adesso: la calma con cui Francesca riusciva a convivere con la propria perenne sfiga senza prendersela con nessuno era esemplare.
Si guardò intorno, e come in una sfera di cristallo vide con precisione come sarebbero state le ore successive: sarebbe stata l’unica sola in mezzo ad altre coppie, in un locale dove la musica assordante t’impedisce di fare qualsiasi cosa oltre a ballare, bere fumare e svuotare la vescica. Chiacchierare? Giammai. Mentre parli o meglio urli con qualcuno che è in coppia, ti basta voltarti un attimo che quando ti rigiri questo qualcuno già non può più risponderti perché ha la bocca occupata da due lingue. Ballare? Si, perché no: ma se sei da sola ti trovi a dover schermare gli uomini dai mille tentacoli, che credono tu sia lì sola al solo scopo di rimorchiare qualsiasi cosa respiri. Dopo una nottata così si vedeva uscire dal locale senza voce e coi timpani ovattati, e morire di freddo per raggiungere la macchina, arrivare a casa, alzarsi neanche tardi per via dell’aspirapolvere -perché per Paola la domenica non era tanto il giorno del Signore quanto della signora delle pulizie- star rincoglionita tutto il giorno, e poi ricominciare la settimana.
Allora capì. Il destino le aveva fatto un regalo, e i regali non si scelgono. Aveva deciso lui quale dovesse essere il suo piacere quella sera.
Francesca tornò in mezzo agli altri, e inventò che era passata solo a salutare, che doveva assolutamente tornare a casa perché aveva lasciato sola la madre a rassettare tutto dopo la cena per il fratellino. Tutti si bevvero la scusa perché evidentemente la presenza di Francesca sarebbe stata indifferente: solo qualcuno fece la mossa formale di dire un “ma che ti frega, vieni”, ma Francesca disse di no ringraziando con un sorriso. Lasciò Mara nella tristezza, ma certa che avesse capito e che tanto la tristezza le sarebbe passata in un’oretta.
Salì in macchina e in un batter d’occhio era già a casa. Zio Quirino stava andandosene per ultimo, e per non dargli soddisfazione Francesca le disse di essere tornata perché aveva dimenticato una cosa. I suoi stavano preparandosi per la notte e per fortuna non la sentirono rientrare, Michele dormiva sul divano e lì lo avevano lasciato, gli avevano tolto le scarpe e coperto con un piumone.
In frigo c’era ancora un quarto di Mont Blanc.
Francesca se lo portò al tavolo lungo dove c’era ancora la tovaglia con sopra un deserto di briciole. Si tolse gli stivali a trampolo, si sbottonò quel dannato tubino, scrollò via le briciole dal posto suo, e buttò le gambe sulla sedia di fronte; così mangiò il primo cucchiaio dell’adorato pasticcio di meringa, fiocchi di castagne e zucchero a velo. Non era un orgasmo, non era Nicola, ma in fondo in fondo tutto quello aveva il sapore di una scelta: Francesca pensò al sesso e al cibo che non vanno tanto d’accordo, e che non sono né vizi né peccati, soprattutto quando presuppongono una scelta; e pensò che se esiste il Karma dev’essere davvero un grande stronzo.
Si fidò di sé stessa e si sentì bene, talmente bene che con due bocconi si ritenne soddisfatta.
Rimise il dolce in frigo e se ne andò a letto, curiosa di vedere cosa le avrebbe riservato il nuovo giorno.
/Sara Ceracchi/
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Invidia
Ah! Dura la vita dell’invidioso! L’invidia, forse il più subdolo tra i peccati capitali, si cela spesso dietro angeliche maschere. E può accadere di esserne vittime, o peggio, complici, senza che nessuno scorga quell’insetto che divora l’invidioso.
A differenza degli altri peccati, che esplodono in chiare sintomatologie, l’invidia lavora sporco. Prendiamo uno degli esempi più eclatanti: la televisione. Di quella che una volta era una scatola (e quindi conteneva), ma che ora potremmo ribattezzare tavola (perché non contiene più), si invidia non la possibilità di ampio spettro che ha, ma ciò che di più inutile essa contiene: corpi esibiti e parole senza un fine. Quindi il nuovo modello auspicabile per buona parte della popolazione italiana, è alzarsi la mattina e sperare di poter vestire come la tale che ha visto in televisione o avere l’auto che, dice la pubblicità, te la paghi in 120 rate a tasso zero.
Passano la vita, divorati da questo modello di vita che non sarà mai il loro, e l’invidia li mangia vivi, così da farli arrivare vecchi e già morti. Ecco il danno del peccato, spegne l’interruttore della vita e accende quello della non-vita.
L’invidioso si nasconde anche tra gli invidiati. Un po’ come il cane che si morde la coda, l’invidia trova in tutto e nel contrario di tutto, cibo per sé stessa, e vuole sempre l’ultima parola. E in ogni corpo dove riesce ad insinuarsi, trova terreno fertile per crescere. Guai a dire “Parto per un viaggio!” “Faccio un lifting!” “Sono dimagrito 10 chili!” “Ho comprato la macchina nuova!” “Guadagno 2000 euro al mese!”, che si viene colti da sguardi indemoniati. L’invidia colpisce come una spada e per schivare i suoi colpi bisogna essere abili con l’indifferenza.
E’ questa l’unica arma per combattere lo sguardo assassino dell’invidioso. Che poveretto, non dipende mica dalla sua volontà, è il peccato che lo rende un invidioso seriale.
Tanto perché la colpa non è dell’invidioso, si potrebbe tirare in ballo anche la faccenda Berlusconi: è chiaro che il motivo per cui è così sostenuto, non ha alcun legame con la sua capacità politica. Tutt’altro! E’ l’invidia per il suo status che porta milioni di persone a camminargli dietro sbavando orrendamente. E poiché l’invidia è anche bugiarda, fa gridare agli invidiosi in questione: “No! Non l’ho votato!”. Perché in realtà l’invidia conosce bene la misura della sua meschinità. Mica scema!
Certo è che è dura convivere con questo germe insano, che rende la vita così brutta da renderla inutile. Eppure conoscere la misura delle proprie capacità aiuta a trovare la strada giusta per essere felici della propria esistenza. E l’invidia di certo, si tiene alla larga da chi ha già raggiunto quella consapevolezza. Ha bisogno di tabule rase da plasmare a suo piacimento. Il bersaglio diventa così solo un pretesto, perché a lei interessa solo sgretolare emozioni e coscienze.
L’erba del vicino è sempre più verde, diceva qualcuno. E l’erba del vicino diventa l’unica ragione di vita. Sono due le strade da percorrere per l’invidioso: la prima è avere l’erba più verde del vicino, la seconda, che è pure più attuale dato che costa meno, è rendere l’erba del vicino meno verde. Come dire, smerdare un po’ il suo giardino, tanto da renderlo agli occhi di tutti meno verde. L’erba del vicino diventa quindi la chiave filosofica per collocare l’invidia nella quotidianità.
Il luogo perfetto per far agire impunemente l’invidioso posseduto è il lavoro. E’ facile intuire perché: i legami tra le persone sono molto superficiali, e poiché è un tempo di detenzione, a qualcosa bisognerà pur pensare. Non sia mai concentrarsi sui propri bisogni! L’invidioso i bisogni se li inventa dopo aver trovato qualcosa di bello da invidiare nel proprio collega, che spesso fa parte della cerchia dei leali, sorridenti e spensierati individui, che diventano vittime sacrificali al cospetto del peccato. Da qui comincia il lavoro meticoloso del posseduto, che dopo aver rovinato il leale, comincia la sua scalata verso la vetta, che lo renderà a sua volta invidiato, ma non leale (per essere tali bisogna essere puri d’animo).
L’invidioso non è mai contento di ciò che riesce ad ottenere, perché la possessione ossessiva alla quale è sottoposto lo rende troppo disattento rispetto alla propria personalità.
C’è un altro terreno in cui l’invidia ama piantare i propri semi: la coppia. Ma non una coppia qualsiasi, ma la coppia inconsapevolmente scoppiata, dove desideri e bisogni non coincidono più, e così l’invidia sceglie il proprio bersaglio tra l’uomo e la donna. In entrambi i casi l’invidia si trasforma in seguito in gelosia, ma questo è un altro peccato. Noi ci concentreremo sulla fase pre-gelosia, il momento in cui l’invidia si insinua nei due status personali e li rende motivo di corrosione da parte di uno dei due. La fase di corrosione è quella che rende uno dei due invidioso della popolarità o della buona posizione che il partner occupa. Durante questa fase, poiché sta lentamente corrodendo, non è in grado di pareggiare la situazione, che inevitabilmente degenera, aprendo la porta alla gelosia, che come dicevo, è un’altra storia. E non la “invidio”.
L’invidia quindi, si può tranquillamente piazzare sul podio tra i sette vizi capitali, proprio per la sua camaleontica capacità di assumere mille facce in mille luoghi diversi. Facce angeliche, dicevamo.
Perché i primi e più potenti segnali, il posseduto li da già in tenera età. Il posseduto bambino infatti, a dispetto di un visino dolce, nasconde in sé già il joystick della sua mente, che vira verso i beni materiali dei suoi compagni di giochi, nel migliore dei casi. Nel migliore invidia pure i genitori. Diamo atto al bambino che vive drammaticamente la propria realtà, ma non al posseduto bambino che mira alla sola materialità degli oggetti. Quel piccolo mostro, da grande probabilmente potrebbe diventare un corroso senz’anima.
Dicevo prima che l’unica arma di difesa contro i posseduti è l’indifferenza, e non è neanche difficile mettere in atto la strategia, vista la condizione favorevole di invidiato. E’ inutile provare a cambiare la loro testa, non può funzionare per la scarsa capacità cognitiva che i posseduti hanno.
Come fare a riconoscere il posseduto? Semplice, basta provare con un bel: “Guarda quant’è verde l’erba del vicino!”. La maschera gli cadrà giù in un batter d’occhio, e lui assumerà la posizione classica dell’invidioso: collo in avanti e sguardo di sbieco. A quel punto il pollo è nelle vostre mani, se sarete così bravi da giocare d’anticipo, forse arriverà in suo soccorso “l’esame di coscienza”, raro antidoto autoprodotto dal corpo, che in qualche caso riesce a sanare i posseduti.
A differenza degli altri peccati, che esplodono in chiare sintomatologie, l’invidia lavora sporco. Prendiamo uno degli esempi più eclatanti: la televisione. Di quella che una volta era una scatola (e quindi conteneva), ma che ora potremmo ribattezzare tavola (perché non contiene più), si invidia non la possibilità di ampio spettro che ha, ma ciò che di più inutile essa contiene: corpi esibiti e parole senza un fine. Quindi il nuovo modello auspicabile per buona parte della popolazione italiana, è alzarsi la mattina e sperare di poter vestire come la tale che ha visto in televisione o avere l’auto che, dice la pubblicità, te la paghi in 120 rate a tasso zero.
Passano la vita, divorati da questo modello di vita che non sarà mai il loro, e l’invidia li mangia vivi, così da farli arrivare vecchi e già morti. Ecco il danno del peccato, spegne l’interruttore della vita e accende quello della non-vita.
L’invidioso si nasconde anche tra gli invidiati. Un po’ come il cane che si morde la coda, l’invidia trova in tutto e nel contrario di tutto, cibo per sé stessa, e vuole sempre l’ultima parola. E in ogni corpo dove riesce ad insinuarsi, trova terreno fertile per crescere. Guai a dire “Parto per un viaggio!” “Faccio un lifting!” “Sono dimagrito 10 chili!” “Ho comprato la macchina nuova!” “Guadagno 2000 euro al mese!”, che si viene colti da sguardi indemoniati. L’invidia colpisce come una spada e per schivare i suoi colpi bisogna essere abili con l’indifferenza.
E’ questa l’unica arma per combattere lo sguardo assassino dell’invidioso. Che poveretto, non dipende mica dalla sua volontà, è il peccato che lo rende un invidioso seriale.
Tanto perché la colpa non è dell’invidioso, si potrebbe tirare in ballo anche la faccenda Berlusconi: è chiaro che il motivo per cui è così sostenuto, non ha alcun legame con la sua capacità politica. Tutt’altro! E’ l’invidia per il suo status che porta milioni di persone a camminargli dietro sbavando orrendamente. E poiché l’invidia è anche bugiarda, fa gridare agli invidiosi in questione: “No! Non l’ho votato!”. Perché in realtà l’invidia conosce bene la misura della sua meschinità. Mica scema!
Certo è che è dura convivere con questo germe insano, che rende la vita così brutta da renderla inutile. Eppure conoscere la misura delle proprie capacità aiuta a trovare la strada giusta per essere felici della propria esistenza. E l’invidia di certo, si tiene alla larga da chi ha già raggiunto quella consapevolezza. Ha bisogno di tabule rase da plasmare a suo piacimento. Il bersaglio diventa così solo un pretesto, perché a lei interessa solo sgretolare emozioni e coscienze.
L’erba del vicino è sempre più verde, diceva qualcuno. E l’erba del vicino diventa l’unica ragione di vita. Sono due le strade da percorrere per l’invidioso: la prima è avere l’erba più verde del vicino, la seconda, che è pure più attuale dato che costa meno, è rendere l’erba del vicino meno verde. Come dire, smerdare un po’ il suo giardino, tanto da renderlo agli occhi di tutti meno verde. L’erba del vicino diventa quindi la chiave filosofica per collocare l’invidia nella quotidianità.
Il luogo perfetto per far agire impunemente l’invidioso posseduto è il lavoro. E’ facile intuire perché: i legami tra le persone sono molto superficiali, e poiché è un tempo di detenzione, a qualcosa bisognerà pur pensare. Non sia mai concentrarsi sui propri bisogni! L’invidioso i bisogni se li inventa dopo aver trovato qualcosa di bello da invidiare nel proprio collega, che spesso fa parte della cerchia dei leali, sorridenti e spensierati individui, che diventano vittime sacrificali al cospetto del peccato. Da qui comincia il lavoro meticoloso del posseduto, che dopo aver rovinato il leale, comincia la sua scalata verso la vetta, che lo renderà a sua volta invidiato, ma non leale (per essere tali bisogna essere puri d’animo).
L’invidioso non è mai contento di ciò che riesce ad ottenere, perché la possessione ossessiva alla quale è sottoposto lo rende troppo disattento rispetto alla propria personalità.
C’è un altro terreno in cui l’invidia ama piantare i propri semi: la coppia. Ma non una coppia qualsiasi, ma la coppia inconsapevolmente scoppiata, dove desideri e bisogni non coincidono più, e così l’invidia sceglie il proprio bersaglio tra l’uomo e la donna. In entrambi i casi l’invidia si trasforma in seguito in gelosia, ma questo è un altro peccato. Noi ci concentreremo sulla fase pre-gelosia, il momento in cui l’invidia si insinua nei due status personali e li rende motivo di corrosione da parte di uno dei due. La fase di corrosione è quella che rende uno dei due invidioso della popolarità o della buona posizione che il partner occupa. Durante questa fase, poiché sta lentamente corrodendo, non è in grado di pareggiare la situazione, che inevitabilmente degenera, aprendo la porta alla gelosia, che come dicevo, è un’altra storia. E non la “invidio”.
L’invidia quindi, si può tranquillamente piazzare sul podio tra i sette vizi capitali, proprio per la sua camaleontica capacità di assumere mille facce in mille luoghi diversi. Facce angeliche, dicevamo.
Perché i primi e più potenti segnali, il posseduto li da già in tenera età. Il posseduto bambino infatti, a dispetto di un visino dolce, nasconde in sé già il joystick della sua mente, che vira verso i beni materiali dei suoi compagni di giochi, nel migliore dei casi. Nel migliore invidia pure i genitori. Diamo atto al bambino che vive drammaticamente la propria realtà, ma non al posseduto bambino che mira alla sola materialità degli oggetti. Quel piccolo mostro, da grande probabilmente potrebbe diventare un corroso senz’anima.
Dicevo prima che l’unica arma di difesa contro i posseduti è l’indifferenza, e non è neanche difficile mettere in atto la strategia, vista la condizione favorevole di invidiato. E’ inutile provare a cambiare la loro testa, non può funzionare per la scarsa capacità cognitiva che i posseduti hanno.
Come fare a riconoscere il posseduto? Semplice, basta provare con un bel: “Guarda quant’è verde l’erba del vicino!”. La maschera gli cadrà giù in un batter d’occhio, e lui assumerà la posizione classica dell’invidioso: collo in avanti e sguardo di sbieco. A quel punto il pollo è nelle vostre mani, se sarete così bravi da giocare d’anticipo, forse arriverà in suo soccorso “l’esame di coscienza”, raro antidoto autoprodotto dal corpo, che in qualche caso riesce a sanare i posseduti.
/Stefania Carlucci/
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Lussuria
In due
...Quando giungon davanti a la ruina
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.
Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento...
desiderare
…se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso…
amare
…Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante…
passione
…Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
infelice.
Leggi...
...Quando giungon davanti a la ruina
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.
Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento...
…se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso…
…Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante…
…Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
/Carmine Fiume/
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Avarizia
Io non ce la faccio più Luigino, sono venticinque anni ormai, anzi trenta da quando eravamo
fidanzati Luigino che sopporto. Ora basta!
Non si può vivere così! Al nostro matrimonio Luigino mi hai fatto invitare trenta persone ed io
ho quattro fratelli. Ti ricordi il viaggio di nozze? A Porto S. Elpidio Luigino.
Non sono nemmeno ottanta chilometri. E va bene che eravamo ragazzi e non c'erano tanti
soldi però...
Ma non è questione di soldi Luigino, è che tu sei proprio così anche ora che abbiamo quattro
case Luigino sono tutte piccole, ma dico io mica volevo una villa con piscina, ma almeno un
villino di quelli che stavano costruendo lì su al poggio ce lo potevamo permettere o no?
Ma tu niente quando è partito tuo figlio mi hai fatto tenere gente dentro casa per due lire che
dovevi prendere d'affitto della sua camera, e non dire che lo facevi per mantenergli gli studi. Ah
e a proposito di tuo figlio sappi che la storia che a Macerata non c'era la facoltà era una cazzata,
io lo sapevo, è andato a Bologna per scappare da te perché non ce la faceva più e ha fatto bene!
Ma se penso poi alle figure che mi hai fatto fare... agli amici dai quali non siamo mai andati a
cena per paura di doverli rinvitare, e quelli da cui invece siamo andati e non mi hai fatto
richiamare.
Quando tuo cugino t'ha chiesto i soldi ti facevi negare al telefono e quando finalmente ti ho
convinto a darglieli te li sei fatto ridare con gli interessi! E non dire che erano minori di quelli
delle banche. Non costringermi a strillare!
In venticinque anni di matrimonio siamo andati in ferie sette volte sempre a Porto S.Elpidio
solo perché al bambino faceva bene il mare ( e meno male che te l'ho fatto dire dal dottore che
sennò non ci volevi sentire) e siamo andati sempre a Porto S. Elpidio! Io non dico le Maldive,
ma almeno potevamo provare a uscire dalle Marche o no?
Non ti azzardare a dire mare qua mare là perché mi faresti incazzare ancora di più Luigino,
Luigino stai zitto.
E finalmente per le nostre nozze d'argento ti convinco a portarmi in una capitale europea e tu
scegli Bucarest? Lo so che è una bella città, ma io volevo andare a Parigi, e poi comunque
Luigino io lo so che tu non hai paura dell'aereo, io lo so che tu mi hai fatto fare venti e rotte ore
di pullman per risparmiare. Perché?! E nemmeno volevi prendere il taxi per arrivare qui. In
questa bettola di merda, ma ora basta Luigino io non ce la faccio più. Ora basta.
Io adesso lo sai che faccio? Io chiamo un taxi e vado all' Hilton o qualche altro albergo del
genere e uso pure il frigobar ed il servizio in camera! Tu o vieni con me o resti qua da solo
stavolta non scherzo. Capito LUIGINO?
“.........”
“Luigino? Luigino che hai? Oddio! Stai male Luigino? Aiuto chiamate un ambulanza!”
“Mah... mah...”
“Sì dimmi Luigino... piano piano non ti sforzare.”
“Mah....è gratis l'ambulanza qui, si?!”
Io non ce la faccio più Luigino, sono venticinque anni ormai, anzi trenta da quando eravamo
fidanzati Luigino che sopporto. Ora basta!
Non si può vivere così! Al nostro matrimonio Luigino mi hai fatto invitare trenta persone ed io
ho quattro fratelli. Ti ricordi il viaggio di nozze? A Porto S. Elpidio Luigino.
Non sono nemmeno ottanta chilometri. E va bene che eravamo ragazzi e non c'erano tanti
soldi però...
Ma non è questione di soldi Luigino, è che tu sei proprio così anche ora che abbiamo quattro
case Luigino sono tutte piccole, ma dico io mica volevo una villa con piscina, ma almeno un
villino di quelli che stavano costruendo lì su al poggio ce lo potevamo permettere o no?
Ma tu niente quando è partito tuo figlio mi hai fatto tenere gente dentro casa per due lire che
dovevi prendere d'affitto della sua camera, e non dire che lo facevi per mantenergli gli studi. Ah
e a proposito di tuo figlio sappi che la storia che a Macerata non c'era la facoltà era una cazzata,
io lo sapevo, è andato a Bologna per scappare da te perché non ce la faceva più e ha fatto bene!
Ma se penso poi alle figure che mi hai fatto fare... agli amici dai quali non siamo mai andati a
cena per paura di doverli rinvitare, e quelli da cui invece siamo andati e non mi hai fatto
richiamare.
Quando tuo cugino t'ha chiesto i soldi ti facevi negare al telefono e quando finalmente ti ho
convinto a darglieli te li sei fatto ridare con gli interessi! E non dire che erano minori di quelli
delle banche. Non costringermi a strillare!
In venticinque anni di matrimonio siamo andati in ferie sette volte sempre a Porto S.Elpidio
solo perché al bambino faceva bene il mare ( e meno male che te l'ho fatto dire dal dottore che
sennò non ci volevi sentire) e siamo andati sempre a Porto S. Elpidio! Io non dico le Maldive,
ma almeno potevamo provare a uscire dalle Marche o no?
Non ti azzardare a dire mare qua mare là perché mi faresti incazzare ancora di più Luigino,
Luigino stai zitto.
E finalmente per le nostre nozze d'argento ti convinco a portarmi in una capitale europea e tu
scegli Bucarest? Lo so che è una bella città, ma io volevo andare a Parigi, e poi comunque
Luigino io lo so che tu non hai paura dell'aereo, io lo so che tu mi hai fatto fare venti e rotte ore
di pullman per risparmiare. Perché?! E nemmeno volevi prendere il taxi per arrivare qui. In
questa bettola di merda, ma ora basta Luigino io non ce la faccio più. Ora basta.
Io adesso lo sai che faccio? Io chiamo un taxi e vado all' Hilton o qualche altro albergo del
genere e uso pure il frigobar ed il servizio in camera! Tu o vieni con me o resti qua da solo
stavolta non scherzo. Capito LUIGINO?
“.........”
“Luigino? Luigino che hai? Oddio! Stai male Luigino? Aiuto chiamate un ambulanza!”
“Mah... mah...”
“Sì dimmi Luigino... piano piano non ti sforzare.”
“Mah....è gratis l'ambulanza qui, si?!”
fidanzati Luigino che sopporto. Ora basta!
Non si può vivere così! Al nostro matrimonio Luigino mi hai fatto invitare trenta persone ed io
ho quattro fratelli. Ti ricordi il viaggio di nozze? A Porto S. Elpidio Luigino.
Non sono nemmeno ottanta chilometri. E va bene che eravamo ragazzi e non c'erano tanti
soldi però...
Ma non è questione di soldi Luigino, è che tu sei proprio così anche ora che abbiamo quattro
case Luigino sono tutte piccole, ma dico io mica volevo una villa con piscina, ma almeno un
villino di quelli che stavano costruendo lì su al poggio ce lo potevamo permettere o no?
Ma tu niente quando è partito tuo figlio mi hai fatto tenere gente dentro casa per due lire che
dovevi prendere d'affitto della sua camera, e non dire che lo facevi per mantenergli gli studi. Ah
e a proposito di tuo figlio sappi che la storia che a Macerata non c'era la facoltà era una cazzata,
io lo sapevo, è andato a Bologna per scappare da te perché non ce la faceva più e ha fatto bene!
Ma se penso poi alle figure che mi hai fatto fare... agli amici dai quali non siamo mai andati a
cena per paura di doverli rinvitare, e quelli da cui invece siamo andati e non mi hai fatto
richiamare.
Quando tuo cugino t'ha chiesto i soldi ti facevi negare al telefono e quando finalmente ti ho
convinto a darglieli te li sei fatto ridare con gli interessi! E non dire che erano minori di quelli
delle banche. Non costringermi a strillare!
In venticinque anni di matrimonio siamo andati in ferie sette volte sempre a Porto S.Elpidio
solo perché al bambino faceva bene il mare ( e meno male che te l'ho fatto dire dal dottore che
sennò non ci volevi sentire) e siamo andati sempre a Porto S. Elpidio! Io non dico le Maldive,
ma almeno potevamo provare a uscire dalle Marche o no?
Non ti azzardare a dire mare qua mare là perché mi faresti incazzare ancora di più Luigino,
Luigino stai zitto.
E finalmente per le nostre nozze d'argento ti convinco a portarmi in una capitale europea e tu
scegli Bucarest? Lo so che è una bella città, ma io volevo andare a Parigi, e poi comunque
Luigino io lo so che tu non hai paura dell'aereo, io lo so che tu mi hai fatto fare venti e rotte ore
di pullman per risparmiare. Perché?! E nemmeno volevi prendere il taxi per arrivare qui. In
questa bettola di merda, ma ora basta Luigino io non ce la faccio più. Ora basta.
Io adesso lo sai che faccio? Io chiamo un taxi e vado all' Hilton o qualche altro albergo del
genere e uso pure il frigobar ed il servizio in camera! Tu o vieni con me o resti qua da solo
stavolta non scherzo. Capito LUIGINO?
“.........”
“Luigino? Luigino che hai? Oddio! Stai male Luigino? Aiuto chiamate un ambulanza!”
“Mah... mah...”
“Sì dimmi Luigino... piano piano non ti sforzare.”
“Mah....è gratis l'ambulanza qui, si?!”
Io non ce la faccio più Luigino, sono venticinque anni ormai, anzi trenta da quando eravamo
fidanzati Luigino che sopporto. Ora basta!
Non si può vivere così! Al nostro matrimonio Luigino mi hai fatto invitare trenta persone ed io
ho quattro fratelli. Ti ricordi il viaggio di nozze? A Porto S. Elpidio Luigino.
Non sono nemmeno ottanta chilometri. E va bene che eravamo ragazzi e non c'erano tanti
soldi però...
Ma non è questione di soldi Luigino, è che tu sei proprio così anche ora che abbiamo quattro
case Luigino sono tutte piccole, ma dico io mica volevo una villa con piscina, ma almeno un
villino di quelli che stavano costruendo lì su al poggio ce lo potevamo permettere o no?
Ma tu niente quando è partito tuo figlio mi hai fatto tenere gente dentro casa per due lire che
dovevi prendere d'affitto della sua camera, e non dire che lo facevi per mantenergli gli studi. Ah
e a proposito di tuo figlio sappi che la storia che a Macerata non c'era la facoltà era una cazzata,
io lo sapevo, è andato a Bologna per scappare da te perché non ce la faceva più e ha fatto bene!
Ma se penso poi alle figure che mi hai fatto fare... agli amici dai quali non siamo mai andati a
cena per paura di doverli rinvitare, e quelli da cui invece siamo andati e non mi hai fatto
richiamare.
Quando tuo cugino t'ha chiesto i soldi ti facevi negare al telefono e quando finalmente ti ho
convinto a darglieli te li sei fatto ridare con gli interessi! E non dire che erano minori di quelli
delle banche. Non costringermi a strillare!
In venticinque anni di matrimonio siamo andati in ferie sette volte sempre a Porto S.Elpidio
solo perché al bambino faceva bene il mare ( e meno male che te l'ho fatto dire dal dottore che
sennò non ci volevi sentire) e siamo andati sempre a Porto S. Elpidio! Io non dico le Maldive,
ma almeno potevamo provare a uscire dalle Marche o no?
Non ti azzardare a dire mare qua mare là perché mi faresti incazzare ancora di più Luigino,
Luigino stai zitto.
E finalmente per le nostre nozze d'argento ti convinco a portarmi in una capitale europea e tu
scegli Bucarest? Lo so che è una bella città, ma io volevo andare a Parigi, e poi comunque
Luigino io lo so che tu non hai paura dell'aereo, io lo so che tu mi hai fatto fare venti e rotte ore
di pullman per risparmiare. Perché?! E nemmeno volevi prendere il taxi per arrivare qui. In
questa bettola di merda, ma ora basta Luigino io non ce la faccio più. Ora basta.
Io adesso lo sai che faccio? Io chiamo un taxi e vado all' Hilton o qualche altro albergo del
genere e uso pure il frigobar ed il servizio in camera! Tu o vieni con me o resti qua da solo
stavolta non scherzo. Capito LUIGINO?
“.........”
“Luigino? Luigino che hai? Oddio! Stai male Luigino? Aiuto chiamate un ambulanza!”
“Mah... mah...”
“Sì dimmi Luigino... piano piano non ti sforzare.”
“Mah....è gratis l'ambulanza qui, si?!”
/Lorenzo Galieni/
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Un superbo
Cosa vuol dire avere un metro e sessanta di statura,
dover portare i tacchi per farsi vedere dalla gente,
trapiantarsi i capelli ed esser a forza divertente,
per una seppur piccola approvazione immantinente.
Calpestando i principi anche i più sani,
cominciando da un dono che può esser insignificante,
fra tutti purtroppo essere un cantante.
Passano gli anni i mesi, e se li conti anche i minuti.
triste trovarsi in crociera senza essere turisti,
la maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo,
così cominci a pensare che certo, di sicuro,
se tutti te li compri non ti prendon più per il culo.
Così nelle notti insonni cercavi i soldi per comprare
televisioni e stampa, per potere dimostrare,
quanto sei più bello, più simpatico e più forte
che chi è unto dal signore sconfigge anche la morte
ma più potere volevi per far passare realtà distorte.
E allora la tua statura non dispensò più buonumore
a chi in cabina in piedi diventava tuo elettore
ora stato, giudici, idee, pensieri è tutto mio
a chi non ti piace, in qualche modo gli fai dire addio
perché credi d'essere al livello di Dio.
dover portare i tacchi per farsi vedere dalla gente,
trapiantarsi i capelli ed esser a forza divertente,
per una seppur piccola approvazione immantinente.
Calpestando i principi anche i più sani,
cominciando da un dono che può esser insignificante,
fra tutti purtroppo essere un cantante.
Passano gli anni i mesi, e se li conti anche i minuti.
triste trovarsi in crociera senza essere turisti,
la maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo,
così cominci a pensare che certo, di sicuro,
se tutti te li compri non ti prendon più per il culo.
Così nelle notti insonni cercavi i soldi per comprare
televisioni e stampa, per potere dimostrare,
quanto sei più bello, più simpatico e più forte
che chi è unto dal signore sconfigge anche la morte
ma più potere volevi per far passare realtà distorte.
E allora la tua statura non dispensò più buonumore
a chi in cabina in piedi diventava tuo elettore
ora stato, giudici, idee, pensieri è tutto mio
a chi non ti piace, in qualche modo gli fai dire addio
perché credi d'essere al livello di Dio.
/Ivan Cusella/
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Un superbo
Sette volte Sette
- Mi perdoni Padre perché ho molto peccato... come fa fresco qua dentro...
- Abbiamo l'aria condizionata, figliuolo.
- A saperlo ci venivo più spesso, ce ne ho di peccati da confessare...
- Non aver paura di parlarne con me, il confessionale è anche totalmente insonorizzato, ultimo
modello, resterà tutto tra noi tre!
- Tre?... Ah,si, certo, lui però già lo sa quello che ho fatto, vuole sentire il mio sincero pentimento ora,
giusto?
- Esatto, è proprio a questo che serve la confessione, dimmi figliuolo, cos'è che grava sulla tua
coscienza? Quali peccati non ti fanno dormire la notte? Cos'è che ti impedisce di guardarti allo
specchio? Quanto...
- Mi scusi se la interrompo, ma non la farei così drammatica, comunque per quanto riguarda i peccati,
tutti!
- Come tutti?
- I peccati capitali non sono forse sette?
- Certo: gola, accidia, superbia, lussuria, avarizia, ira e...
- Gongolo! Manca sempre lui, anche perché forse era un po' gay e fa comodo dimenticarselo...
- Ma cosa stai dicendo, quelli sono i sette nani! Invidia è l'ultimo peccato, e tu li hai commessi tutti, e
quanto tempo è che non ti confessi?
- Due giorni!
- Come due giorni?
- Si padre, non si ricorda di me? ero venuto da lei anche venerdì!
- Ah, ora mi ricordo, e dimmi figliuolo, come avresti fatto a collezionare tutti questi peccati in così poco
tempo?
- Ora le spiego: ero davanti alla pizzeria che fa angolo alla fine della strada e ho visto una coppia uscire
mangiando due tranci di margherita appena sfornata, con la mozzarella lucida lucida che filava e il
pomodoro di un rosso vivo come sangue, li ho invidiati (e uno) talmente tanto che sono andato alla
porta della pizzeria a elemosinarne un pezzo, e talmente devo essere stato fastidioso e petulante che mi
hanno accontentato. Ora c'era un amico con me col quale mi sono vantato con superbia della mia
impresa (e due) rinfacciandogli il fatto che lui non ce l'avrebbe mai fatta e negandogli anche un piccolo
mozzico, talmente ero avido (e tre) di trangugiarla in un sol boccone (e quattro) quasi senza respirare,
poi si sa che dopo mangiato viene sonno e per poter schiacciare un pisolino (e cinque) mi sono
rifiutato di cercare di scroccare un altro pezzo per lui; infine mi sono furiosamente alterato (e sei) con
lui perché per dispetto non mi ha permesso di riposare neanche due minuti, e ho inveito contro di lui
con parole che mi vergogno anche solo a ripensare.
- E la lussuria dov'è in tutta questa vicenda?
- Be', vede Padre, se non se n'è accorto io sono un senzatetto, un vagabondo, erano diversi giorni che
non mangiavo, e ho goduto talmente tanto trangugiando quel cibo che sono venuto nei pantaloni, lei
capirà...
- Veramente no!
- E così stiamo a sette, può andare no?
- Come può andare?
- Si, è credibile come storia? mi sono meritato una mezz'oretta di fresco?
- Vuoi dire che ti sei inventato tutto? ma non hai alcun rispetto per il luogo in cui stai?
- Come no Padre, è bellissimo questo confessionale, se non avessi avuto rispetto per esso non mi sarei
mai sognato di stare qui un'ora con 40 gradi all'ombra là fuori!
- Ma questa è blasfemia!
2
- Mi perdoni, Padre, ma che deve fare un povero cristo, ooops, no, mi correggo, un povero diavolo, no,
ho sbagliato ancora, un poveraccio e basta, per trovare una piccola oasi in questa canicola? Non è forse
compito della chiesa accogliere e confortare i derelitti?
- Va bene, va bene. ma ora vai che c'è altra gente...
- Ma come Padre, non mi assolve?
- Vabbè và, di' 2 padre nostro e 4 Ave Maria. Ego te absolvo a peccata tua in nomine patris et filii et
spiriti sancti. Amen. Vai in pace!
- Grazie Padre, mi ha tolto un peso, ma potrei tornare ogni tanto?
E' notizia attuale l'entrata in uso in una chiesa di Genova di confessionali tecnologici, totalmente insonorizzati e con aria condizionata. (per vedere l'immagine apri la rivista)
- Abbiamo l'aria condizionata, figliuolo.
- A saperlo ci venivo più spesso, ce ne ho di peccati da confessare...
- Non aver paura di parlarne con me, il confessionale è anche totalmente insonorizzato, ultimo
modello, resterà tutto tra noi tre!
- Tre?... Ah,si, certo, lui però già lo sa quello che ho fatto, vuole sentire il mio sincero pentimento ora,
giusto?
- Esatto, è proprio a questo che serve la confessione, dimmi figliuolo, cos'è che grava sulla tua
coscienza? Quali peccati non ti fanno dormire la notte? Cos'è che ti impedisce di guardarti allo
specchio? Quanto...
- Mi scusi se la interrompo, ma non la farei così drammatica, comunque per quanto riguarda i peccati,
tutti!
- Come tutti?
- I peccati capitali non sono forse sette?
- Certo: gola, accidia, superbia, lussuria, avarizia, ira e...
- Gongolo! Manca sempre lui, anche perché forse era un po' gay e fa comodo dimenticarselo...
- Ma cosa stai dicendo, quelli sono i sette nani! Invidia è l'ultimo peccato, e tu li hai commessi tutti, e
quanto tempo è che non ti confessi?
- Due giorni!
- Come due giorni?
- Si padre, non si ricorda di me? ero venuto da lei anche venerdì!
- Ah, ora mi ricordo, e dimmi figliuolo, come avresti fatto a collezionare tutti questi peccati in così poco
tempo?
- Ora le spiego: ero davanti alla pizzeria che fa angolo alla fine della strada e ho visto una coppia uscire
mangiando due tranci di margherita appena sfornata, con la mozzarella lucida lucida che filava e il
pomodoro di un rosso vivo come sangue, li ho invidiati (e uno) talmente tanto che sono andato alla
porta della pizzeria a elemosinarne un pezzo, e talmente devo essere stato fastidioso e petulante che mi
hanno accontentato. Ora c'era un amico con me col quale mi sono vantato con superbia della mia
impresa (e due) rinfacciandogli il fatto che lui non ce l'avrebbe mai fatta e negandogli anche un piccolo
mozzico, talmente ero avido (e tre) di trangugiarla in un sol boccone (e quattro) quasi senza respirare,
poi si sa che dopo mangiato viene sonno e per poter schiacciare un pisolino (e cinque) mi sono
rifiutato di cercare di scroccare un altro pezzo per lui; infine mi sono furiosamente alterato (e sei) con
lui perché per dispetto non mi ha permesso di riposare neanche due minuti, e ho inveito contro di lui
con parole che mi vergogno anche solo a ripensare.
- E la lussuria dov'è in tutta questa vicenda?
- Be', vede Padre, se non se n'è accorto io sono un senzatetto, un vagabondo, erano diversi giorni che
non mangiavo, e ho goduto talmente tanto trangugiando quel cibo che sono venuto nei pantaloni, lei
capirà...
- Veramente no!
- E così stiamo a sette, può andare no?
- Come può andare?
- Si, è credibile come storia? mi sono meritato una mezz'oretta di fresco?
- Vuoi dire che ti sei inventato tutto? ma non hai alcun rispetto per il luogo in cui stai?
- Come no Padre, è bellissimo questo confessionale, se non avessi avuto rispetto per esso non mi sarei
mai sognato di stare qui un'ora con 40 gradi all'ombra là fuori!
- Ma questa è blasfemia!
2
- Mi perdoni, Padre, ma che deve fare un povero cristo, ooops, no, mi correggo, un povero diavolo, no,
ho sbagliato ancora, un poveraccio e basta, per trovare una piccola oasi in questa canicola? Non è forse
compito della chiesa accogliere e confortare i derelitti?
- Va bene, va bene. ma ora vai che c'è altra gente...
- Ma come Padre, non mi assolve?
- Vabbè và, di' 2 padre nostro e 4 Ave Maria. Ego te absolvo a peccata tua in nomine patris et filii et
spiriti sancti. Amen. Vai in pace!
- Grazie Padre, mi ha tolto un peso, ma potrei tornare ogni tanto?
E' notizia attuale l'entrata in uso in una chiesa di Genova di confessionali tecnologici, totalmente insonorizzati e con aria condizionata. (per vedere l'immagine apri la rivista)
/Ivan Cusella/
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Sette volte Sette
29 dicembre 2006
THE TRUMAN SHOW DGT
Nel 1998 Truman Burbank si trovava dinnanzi la porta d’uscita del set che aveva abitato a sua insaputa fin dalla nascita. Attorno a lui solo finzione: cielo dipinto e acqua, quest’ultima vera fortunatamente.
Una voce dall’alto lo sorprese, chiamando per nome. Era il suo creatore a chiamarlo, il creatore dello show tv di cui Truman era il protagonista. Gli chiedeva di restare, di continuare a essere la star di quel mondo appositamente creato per lui.
Truman restò alcuni istanti in silenzio fissando il buio oltre l’uscita. Nel mondo reale lo attendevano le stesse bugie, gli stessi inganni e le stesse paure. Era in diretta e tutto il mondo lo stava osservando trepidante per la sua scelta.
Poi finalmente, Truman si voltò verso l’alto, come a guardare il suo creatore, e senza dire alcuna parola richiuse la porta d’uscita restando dentro il suo mondo. Fu per la paura di un mondo sconosciuto ma anche per la vanità di essere una star che decise di restare nel Truman Show.
Ricominciare il reality fu complicato per tutti, adesso Truman viveva con la piena consapevolezza che tutto quello che lo circondava era falso, che tutte le persone che conosceva, che tutti gli amici, recitavano un ruolo. Truman stesso cambiò il suo atteggiamento e le sua abitudini. Cominciò ad atteggiarsi, a recitare anch’egli, sapendo benissimo di essere una star. Da timido e gentile qual’era diventò sbruffone e arrogante, allontanando un certo target di pubblico che lo aveva seguito sin lì, attirando però nuovo e ancor più pubblico, perché gli arroganti e gli sbruffoni fanno più audience, le situazioni volgari e cattive fanno più spettacolo e perché la gente piange più spesso.
Così il pubblico, quasi raddoppiato, assisteva piacevolmente seduto davanti alla tv ai capricci di Truman: alle sue mille relazioni sentimentali con qualsivoglia comparsa e alle numerose azzuffate scatenate da futili motivi. Per contratto gli attori dello show non potevano affrontarlo così Truman l’aveva sempre vinta e il suo ego cresceva a dismisura.
Passati gli anni, con l’ego di Truman talmente grande da soffocare dentro l’enorme set che lo ospitava, lo show si tramutò da un reality su di un uomo qualunque a uno spettacolo su di una star e i suoi eccessi. Numerose furono le situazioni al limite della decenza e ancor di più quelle che, secondo il Moige, sfociarono nel trash tanto da richiedere l’intervento della voce del creatore per stemperare le ansie degli attori o l’agitazione di Truman. Ma Truman non si placava e proseguiva le sue scorribande in città come fosse il capo di una gang di strada.
Ma con l’avvento del 2012 arrivò la fine del Truman Show. Le voci sulla possibile fine del mondo, secondo una vecchia teoria dei Maya, non preoccupavano nessuno, quello che invece spaventava tutti, dagli attori ai produttori dello show, era l’avvento del digitale terrestre e la conseguente perdita, per lo spettatore, del cambio nano-secondario di canale.
Quando l’Italia fu digitalizzata lo spettatore si ritrovò con un nuovo telecomando e cominciò davvero a non capirci più nulla. Accendere la tv era diventata un impresa: dopo aver premuto una serie di tasti occorreva poi sintonizzare i canali, e qui avvenne il putiferio. Mille e più canali popolavano adesso la televisione, alcuni si ripetevano inutilmente più e più volte, altri avevano la dicitura +1, +2, +3, come se davvero il pubblico fosse interessato a recuperare un programma che non aveva voluto vedere uscendo appositamente di casa. Vi era inoltre la difficoltà di sintonizzare le reti in determinati canali. Insomma: un macello che investì in pieno il Truman Show; che il 21 dicembre (da notare la curiosa coincidenza con la profezia Maya!) venne sospeso perché i dati auditel rasentavano lo zero. Così Truman, da star divenne la stella cadente delle vacanze natalizie del 2012.
Dall’avere un intera città tutta per sé, Truman si ritrovò senza un tetto sulla testa. Non poteva vivere neanche di ospitate tv: la gente stava abbandonando i televisori in autostrada, che al contrario dei cani non suscitavano le suppliche degli animalisti ne di altri piagnucolosi, e i programmi tv chiudevano uno dopo l’altro, lasciando vuoti i grandi studi. Così non gli restò altro che raccattare qualche spicciolo in cambio di un goffo balletto.
Una voce dall’alto lo sorprese, chiamando per nome. Era il suo creatore a chiamarlo, il creatore dello show tv di cui Truman era il protagonista. Gli chiedeva di restare, di continuare a essere la star di quel mondo appositamente creato per lui.
Truman restò alcuni istanti in silenzio fissando il buio oltre l’uscita. Nel mondo reale lo attendevano le stesse bugie, gli stessi inganni e le stesse paure. Era in diretta e tutto il mondo lo stava osservando trepidante per la sua scelta.
Poi finalmente, Truman si voltò verso l’alto, come a guardare il suo creatore, e senza dire alcuna parola richiuse la porta d’uscita restando dentro il suo mondo. Fu per la paura di un mondo sconosciuto ma anche per la vanità di essere una star che decise di restare nel Truman Show.
Ricominciare il reality fu complicato per tutti, adesso Truman viveva con la piena consapevolezza che tutto quello che lo circondava era falso, che tutte le persone che conosceva, che tutti gli amici, recitavano un ruolo. Truman stesso cambiò il suo atteggiamento e le sua abitudini. Cominciò ad atteggiarsi, a recitare anch’egli, sapendo benissimo di essere una star. Da timido e gentile qual’era diventò sbruffone e arrogante, allontanando un certo target di pubblico che lo aveva seguito sin lì, attirando però nuovo e ancor più pubblico, perché gli arroganti e gli sbruffoni fanno più audience, le situazioni volgari e cattive fanno più spettacolo e perché la gente piange più spesso.
Così il pubblico, quasi raddoppiato, assisteva piacevolmente seduto davanti alla tv ai capricci di Truman: alle sue mille relazioni sentimentali con qualsivoglia comparsa e alle numerose azzuffate scatenate da futili motivi. Per contratto gli attori dello show non potevano affrontarlo così Truman l’aveva sempre vinta e il suo ego cresceva a dismisura.
Passati gli anni, con l’ego di Truman talmente grande da soffocare dentro l’enorme set che lo ospitava, lo show si tramutò da un reality su di un uomo qualunque a uno spettacolo su di una star e i suoi eccessi. Numerose furono le situazioni al limite della decenza e ancor di più quelle che, secondo il Moige, sfociarono nel trash tanto da richiedere l’intervento della voce del creatore per stemperare le ansie degli attori o l’agitazione di Truman. Ma Truman non si placava e proseguiva le sue scorribande in città come fosse il capo di una gang di strada.
Ma con l’avvento del 2012 arrivò la fine del Truman Show. Le voci sulla possibile fine del mondo, secondo una vecchia teoria dei Maya, non preoccupavano nessuno, quello che invece spaventava tutti, dagli attori ai produttori dello show, era l’avvento del digitale terrestre e la conseguente perdita, per lo spettatore, del cambio nano-secondario di canale.
Quando l’Italia fu digitalizzata lo spettatore si ritrovò con un nuovo telecomando e cominciò davvero a non capirci più nulla. Accendere la tv era diventata un impresa: dopo aver premuto una serie di tasti occorreva poi sintonizzare i canali, e qui avvenne il putiferio. Mille e più canali popolavano adesso la televisione, alcuni si ripetevano inutilmente più e più volte, altri avevano la dicitura +1, +2, +3, come se davvero il pubblico fosse interessato a recuperare un programma che non aveva voluto vedere uscendo appositamente di casa. Vi era inoltre la difficoltà di sintonizzare le reti in determinati canali. Insomma: un macello che investì in pieno il Truman Show; che il 21 dicembre (da notare la curiosa coincidenza con la profezia Maya!) venne sospeso perché i dati auditel rasentavano lo zero. Così Truman, da star divenne la stella cadente delle vacanze natalizie del 2012.
Dall’avere un intera città tutta per sé, Truman si ritrovò senza un tetto sulla testa. Non poteva vivere neanche di ospitate tv: la gente stava abbandonando i televisori in autostrada, che al contrario dei cani non suscitavano le suppliche degli animalisti ne di altri piagnucolosi, e i programmi tv chiudevano uno dopo l’altro, lasciando vuoti i grandi studi. Così non gli restò altro che raccattare qualche spicciolo in cambio di un goffo balletto.
/Alessio Angelico/
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The Truman Show,
The Truman Show DGT
Biancaneve e i sette nani
…Quando i Sette Nani tornarono a casa trovarono la loro amica a terra, morta. Nella vana speranza che ella si risvegliasse, la misero in una bara chiusa da un coperchio di cristallo perché tutti potessero ammirarne la bellezza.
La notizia si diffuse velocemente nel Regno e presto si formò una lunga fila di curiosi che volevano a tutti i costi vedere da vicino quella incantevole ragazza condannata all’immobilità per sempre. Nani, maghi, principi e strane creature confluirono da ogni dove per rendere omaggio a Biancaneve, tutti meravigliati che la beltà della giovane rimanesse sempre intatta.
Gli anni trascorsero e la fama della “fanciulla sempre bella” raggiunse livelli inaspettati dalla stessa matrigna che, sempre più invidiosa di Biancaneve, non riusciva a capacitarsi di come la figliastra potesse continuare ad esercitare il suo fascino su tutte le creature del Regno anche da morta.
Immediatamente Biancaneve cominciò a scomparire. I suoi capelli neri come piume di corvo si incenerirono, le sue labbra rosse come sangue si dissolsero e la sua pelle bianca come neve si sgretolò. La matrigna scappò via tra lo stupore generale e la disperazione dei Sette Nani, cercando rifugio nella foresta. Un principe assistette inorridito alla scena e pronto a far vendetta, sguainò la spada, mettendosi all’inseguimento della vecchia finché non la raggiunse e la trafisse al cuore.
I Sette Nani esultarono e insieme a loro il Principe e i fedeli ammiratori della fanciulla che in suo onore eressero il più grande e bel monumento di tutto il Regno per ricordare per sempre la favola di Biancaneve.
La notizia si diffuse velocemente nel Regno e presto si formò una lunga fila di curiosi che volevano a tutti i costi vedere da vicino quella incantevole ragazza condannata all’immobilità per sempre. Nani, maghi, principi e strane creature confluirono da ogni dove per rendere omaggio a Biancaneve, tutti meravigliati che la beltà della giovane rimanesse sempre intatta.
Gli anni trascorsero e la fama della “fanciulla sempre bella” raggiunse livelli inaspettati dalla stessa matrigna che, sempre più invidiosa di Biancaneve, non riusciva a capacitarsi di come la figliastra potesse continuare ad esercitare il suo fascino su tutte le creature del Regno anche da morta.
“Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”
“Bella, o Regina sei tu, ma Biancaneve è bella ancor di più!”
Immediatamente Biancaneve cominciò a scomparire. I suoi capelli neri come piume di corvo si incenerirono, le sue labbra rosse come sangue si dissolsero e la sua pelle bianca come neve si sgretolò. La matrigna scappò via tra lo stupore generale e la disperazione dei Sette Nani, cercando rifugio nella foresta. Un principe assistette inorridito alla scena e pronto a far vendetta, sguainò la spada, mettendosi all’inseguimento della vecchia finché non la raggiunse e la trafisse al cuore.
I Sette Nani esultarono e insieme a loro il Principe e i fedeli ammiratori della fanciulla che in suo onore eressero il più grande e bel monumento di tutto il Regno per ricordare per sempre la favola di Biancaneve.
/Claudia Piacentini/
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Biancaneve e i sette nani,
Claudia Piacentini,
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La Sirenetta
“Ciao amore sono tornato a casa” disse Eric levandosi il cappotto ed entrando in salone.
“Dove sei?” chiamò passando dalla sala alla cucina “Ah eccoti! Che buon odorino, che hai fatto per pranzo?”
“E' una sorpresa....” rispose amorevole Ariel e mentre il suo compagno andava nella stanza da letto per spogliarsi, pensò che effettivamente sarebbe stata proprio una bella sorpresa e le sorprese non sarebbero finite lì per quel coglione.
“Allora che hai fatto oggi amore mio?” chiese premuroso Eric.
“ Beh ho pulito il salone, ho rassettato la camera e poi sono andata al mercato a fare la spesa” rispose Ariel e poi aggiunse fra se e se: ma ora è finita la pacchia brutto stronzo.
“Ah che brava amoruccio, ma senti come è finita la storia delle bomboniere dei testimoni? Sai forse hai ragione per Flounder e Sebastian sarebbero più indicati dei bigattini piuttosto dei confetti.”
“Ma non so... sai mi sono proprio dimenticata di dirti una cosa”
“Cosa zuccherino?”
Che deficiente pensò Ariel a cui i vari nomignoli affettuosi che di volta in volta egli usava davano sempre più fastidio.
“Beh a dire la verità ho deciso di non invitare nè Flounder nè Sebastian”
“Come?” chiese esterrefatto Eric...
“Sì a dire la verità non inviterò proprio nessuno, a dire la verità HO deciso che NOI non ci sposeremo più. Coglione”
All'udire le astiose parole della sua amata il marinaio impallidì e senti le gambe venirgli meno, ma l'insulto finale lo risvegliò dal torpore.
“Come ti permetti? Ma cosa dici? Guarda che se è uno scherzo e di pessimo gusto”
“ E' di pessimo guuuusto” ripetè Ariel scimmiottandolo “E per una volta lasciati andare! Di' se fosse uno scherzo sarebbe uno scherzo di merda, invece tu no, io ti lascio e tu sempre inamidato, sempre tutto di un pezzo, ma vai a cagare, stronzo!”
“Ariel ti proibisco di parlare in questo modo, mi sembri uno scaricatore di porto.”
“Sì hai proprio ragione sono stata al porto ed è lì che ho aperto gli occhi ed ho capito cosa voleva dire stare con deglli uomini veri non con una checca come te!”
“Cosa dici? bugiarda, puttana!”
“E finalmente, e finalmente li tiri fuori un po' di coglioni! Ma è troppo tardi amico mio, ormai te lo sogni che cambio idea e ti sposo.”
“Ariel io ti ho tirato fuori da in fondo al mar ed io ti ci ributto”
“Col cazzo, bello mio! Tu non puoi farmi niente, io ormai sono una donna e se il tuo obiettivo era quello di levarmi dal mare per rinchiudermi tra fornelli e ferro da stiro ti sei sbagliato alla grande dopo vent'anni da pesce adesso non ho mica voglia di farmene sessanta da perfetta massaia. Io ho grinta, io ho iniziativa, io c'ho due tette così! E dovrei restare a casa a lavare i calzini ad un cretino smidollato come te? Che almeno alle altre tocca un principe te sei poco più di un pescatore.”
In quel momento il marinaio non riuscì più a trattenere le lacrime.
“Sei crudele perchè mi fai questo io ero innamorato di te, io volevo sposarti, ho rischiato la vita per salvarti, perchè perchè mi fai questo?”
“Prima di tutto la prima a salvarti la vita sono stata io che sennò a 'st'ora eri bello che morto, e comunque ti faccio questo perchè sei ridicolo sei antico, sei senzapalle. Ah e vuoi sapere un'altra cosa che ho imparato al porto? Che sei centimetri non sono la misura giusta mio caro, come volevi farmi credere tu”
“Questo è un colpo basso smettila! E pensare che io dopo il matrimonio volevo vendere la mia nave ed andare con Greenpeace per impedire la caccia alle balene e la pesca deregolamentata per proteggere i tuoi amici”
Ariel scoppiò in una risata fragorosa e prolungata, Eric sconvolto rimase frastornato dalla risata e in un attimo si sentì piombare addosso un opprimente senso di ridicolo, come se solo ora riuscisse a percepire la portata delle dichiarazioni di Ariel, alla fine però trovò la forza per provare a reagire. “Bhe cos'è che ti fa tanto ridere ora?”
“No scusa dai aspetta un attimo” rispose Ariel non trattenendo le risa “ Fammi riprendere questa non me l'aspettavo proprio” e ricomponendosi a stento “No sai vendere tutto, per aiutare i miei amici poi! Greenpeace! E poi vorresti dire che non ho ragione io a dirti che sei un coglione? Sei uno che non sa che pesci prendere nella vita”
L'ironia della frase la fece scoppiare di nuovo a ridere “Che fai stai lì muto come un pesce?” E di nuovo sghignazzate “ Mi dispiace, ma mi sa tanto che con me hai preso un granchio, ah ah, oddio non ce la faccio più, mi fai morir dal ridere, che cretino!” E cosi dicendo Ariel si buttò sul divano tenendosi una mano sul ventre non provando nemmeno a trattenere l'ilarità, Eric dal canto suo era rimasto impietrito, il timer del forno suonò attirando la loro attenzione.
“Ah ecco l'altra sorpresa è pronto il pranzo” disse Ariel alzandosi dal divano e andando in cucina, il marinaio la sentì aprire il forno tra odiosi risolini e tornò trionfante con una teglia tra le mani, un inconfondibile odore di pesce e rosmarino invase la sala da pranzo.
“Saluta Flounder!”
Eric non credeva ai suoi occhi quello che era stato i migliore amico di Ariel ora giaceva arrostito in una teglia con patate e rosmarino.
“Sei una bestia mi fai schifo!”
“Be allora non penso che vorrai venire al mio matrimonio”
“Quale matrimonio cosa stai dicendo ora?”
“Non te l'ho detto? Non sposo te, ma comunque mi sposo sai in fondo ho l'età giusta per farlo e poi il mio nuovo uomo è un vero uomo non come te, è ricco e famoso e oltremodo vecchio... così chi pensi che erediterà il suo impero se non la sua sirenetta-coniglietta?”
“Impero? Matrimonio? Non capisco più niente... si può sapere chi hai intenzione di sposare?”
“Capitan Findus!”
“Dove sei?” chiamò passando dalla sala alla cucina “Ah eccoti! Che buon odorino, che hai fatto per pranzo?”
“E' una sorpresa....” rispose amorevole Ariel e mentre il suo compagno andava nella stanza da letto per spogliarsi, pensò che effettivamente sarebbe stata proprio una bella sorpresa e le sorprese non sarebbero finite lì per quel coglione.
“Allora che hai fatto oggi amore mio?” chiese premuroso Eric.
“ Beh ho pulito il salone, ho rassettato la camera e poi sono andata al mercato a fare la spesa” rispose Ariel e poi aggiunse fra se e se: ma ora è finita la pacchia brutto stronzo.
“Ah che brava amoruccio, ma senti come è finita la storia delle bomboniere dei testimoni? Sai forse hai ragione per Flounder e Sebastian sarebbero più indicati dei bigattini piuttosto dei confetti.”
“Ma non so... sai mi sono proprio dimenticata di dirti una cosa”
“Cosa zuccherino?”
Che deficiente pensò Ariel a cui i vari nomignoli affettuosi che di volta in volta egli usava davano sempre più fastidio.
“Beh a dire la verità ho deciso di non invitare nè Flounder nè Sebastian”
“Come?” chiese esterrefatto Eric...
“Sì a dire la verità non inviterò proprio nessuno, a dire la verità HO deciso che NOI non ci sposeremo più. Coglione”
All'udire le astiose parole della sua amata il marinaio impallidì e senti le gambe venirgli meno, ma l'insulto finale lo risvegliò dal torpore.
“Come ti permetti? Ma cosa dici? Guarda che se è uno scherzo e di pessimo gusto”
“ E' di pessimo guuuusto” ripetè Ariel scimmiottandolo “E per una volta lasciati andare! Di' se fosse uno scherzo sarebbe uno scherzo di merda, invece tu no, io ti lascio e tu sempre inamidato, sempre tutto di un pezzo, ma vai a cagare, stronzo!”
“Ariel ti proibisco di parlare in questo modo, mi sembri uno scaricatore di porto.”
“Sì hai proprio ragione sono stata al porto ed è lì che ho aperto gli occhi ed ho capito cosa voleva dire stare con deglli uomini veri non con una checca come te!”
“Cosa dici? bugiarda, puttana!”
“E finalmente, e finalmente li tiri fuori un po' di coglioni! Ma è troppo tardi amico mio, ormai te lo sogni che cambio idea e ti sposo.”
“Ariel io ti ho tirato fuori da in fondo al mar ed io ti ci ributto”
“Col cazzo, bello mio! Tu non puoi farmi niente, io ormai sono una donna e se il tuo obiettivo era quello di levarmi dal mare per rinchiudermi tra fornelli e ferro da stiro ti sei sbagliato alla grande dopo vent'anni da pesce adesso non ho mica voglia di farmene sessanta da perfetta massaia. Io ho grinta, io ho iniziativa, io c'ho due tette così! E dovrei restare a casa a lavare i calzini ad un cretino smidollato come te? Che almeno alle altre tocca un principe te sei poco più di un pescatore.”
In quel momento il marinaio non riuscì più a trattenere le lacrime.
“Sei crudele perchè mi fai questo io ero innamorato di te, io volevo sposarti, ho rischiato la vita per salvarti, perchè perchè mi fai questo?”
“Prima di tutto la prima a salvarti la vita sono stata io che sennò a 'st'ora eri bello che morto, e comunque ti faccio questo perchè sei ridicolo sei antico, sei senzapalle. Ah e vuoi sapere un'altra cosa che ho imparato al porto? Che sei centimetri non sono la misura giusta mio caro, come volevi farmi credere tu”
“Questo è un colpo basso smettila! E pensare che io dopo il matrimonio volevo vendere la mia nave ed andare con Greenpeace per impedire la caccia alle balene e la pesca deregolamentata per proteggere i tuoi amici”
Ariel scoppiò in una risata fragorosa e prolungata, Eric sconvolto rimase frastornato dalla risata e in un attimo si sentì piombare addosso un opprimente senso di ridicolo, come se solo ora riuscisse a percepire la portata delle dichiarazioni di Ariel, alla fine però trovò la forza per provare a reagire. “Bhe cos'è che ti fa tanto ridere ora?”
“No scusa dai aspetta un attimo” rispose Ariel non trattenendo le risa “ Fammi riprendere questa non me l'aspettavo proprio” e ricomponendosi a stento “No sai vendere tutto, per aiutare i miei amici poi! Greenpeace! E poi vorresti dire che non ho ragione io a dirti che sei un coglione? Sei uno che non sa che pesci prendere nella vita”
L'ironia della frase la fece scoppiare di nuovo a ridere “Che fai stai lì muto come un pesce?” E di nuovo sghignazzate “ Mi dispiace, ma mi sa tanto che con me hai preso un granchio, ah ah, oddio non ce la faccio più, mi fai morir dal ridere, che cretino!” E cosi dicendo Ariel si buttò sul divano tenendosi una mano sul ventre non provando nemmeno a trattenere l'ilarità, Eric dal canto suo era rimasto impietrito, il timer del forno suonò attirando la loro attenzione.
“Ah ecco l'altra sorpresa è pronto il pranzo” disse Ariel alzandosi dal divano e andando in cucina, il marinaio la sentì aprire il forno tra odiosi risolini e tornò trionfante con una teglia tra le mani, un inconfondibile odore di pesce e rosmarino invase la sala da pranzo.
“Saluta Flounder!”
Eric non credeva ai suoi occhi quello che era stato i migliore amico di Ariel ora giaceva arrostito in una teglia con patate e rosmarino.
“Sei una bestia mi fai schifo!”
“Be allora non penso che vorrai venire al mio matrimonio”
“Quale matrimonio cosa stai dicendo ora?”
“Non te l'ho detto? Non sposo te, ma comunque mi sposo sai in fondo ho l'età giusta per farlo e poi il mio nuovo uomo è un vero uomo non come te, è ricco e famoso e oltremodo vecchio... così chi pensi che erediterà il suo impero se non la sua sirenetta-coniglietta?”
“Impero? Matrimonio? Non capisco più niente... si può sapere chi hai intenzione di sposare?”
“Capitan Findus!”
/Lorenzo Galieni/
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ROCKY IV
Anche l'americano ha una ferita! Ed è una brutta ferita!
Drago tempesta di colpi l'americano, ma Rocky reagisce e i due continuano a picchiarsi anche dopo il gong! Che incontro amici telespettatori! Che vigilia di Natale! Ora devono intervenire i secondi per dividere i due pugili. È una lotta! È un tutti contro tutti!!! Lo stadio sembra scoppiare è impressionante il numero di colpi che i due riescono a scambiarsi, chi riuscirà a vincere? La personalità e la tenacia di Rocky? O la forza robotica del russo Drago?
Manca solo un round e tra meno di cinque minuti avremo un vincitore, sarà proclamato un campione del mondo!
Si riparte!
Drago: Fino alla fine!
Rocky: Fino alla fine!
Rocky sembra stanchissimo e non reagisce ai violenti colpi del russo. Sta usando la sua vecchia tattica, vuole provocare, vuole arrabbiarsi per sferrare l'attacco finale! Ecco che il russo lo colpisce con un gancio e poi un montante. Rocky è in balia di Drago, si rifugia verso l'angolo, ma Drago è una macchina e lo colpisce con una violenza inaudita. Rocky non resiste! Rocky è al tappeto!
Incredibile amici all'ascolto il campione è al tappeto! Drago cerca di avvicinarsi ma l'arbitro lo allontana! 4-5-6-prova a rialzarsi aiutandosi con le corde 7-8-non ce la fa! 9-10 Ivan Drago è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi! Rocky è stato sconfitto in Russia!
-------
Grazie! Grazie a tutti!
Io essere davvero felice di avere vinto questo incontro. Essere pugile più forte e averlo dimostrato. Qui stasera. Vorrei dire al figlio di Rocky che sta guardando da casa, tuo padre molto coraggioso ma non potrà parlare per tanto tempo perché non avere più denti. Quindi buon natale da parte sua. Questa festa capitalista non avere più senso dopo sconfitta, vero americani? Vorrei dire che io non piacere a voi e voi non piacere a me. Però se durante questo incontro non è cambiato nulla io credo che essere giusto così, perché un giorno il comunismo sconfiggerà il capitalismo. E lo farà con la stasi! Perché se io non sono cambiato e voi non essere cambiato allora tutto il mondo può restare immobile. Quindi il comunismo vincerà!
Viva il comunismo! Viva la stasi politica e le guerre fredde! Viva Ivan Drago!
Drago tempesta di colpi l'americano, ma Rocky reagisce e i due continuano a picchiarsi anche dopo il gong! Che incontro amici telespettatori! Che vigilia di Natale! Ora devono intervenire i secondi per dividere i due pugili. È una lotta! È un tutti contro tutti!!! Lo stadio sembra scoppiare è impressionante il numero di colpi che i due riescono a scambiarsi, chi riuscirà a vincere? La personalità e la tenacia di Rocky? O la forza robotica del russo Drago?
Manca solo un round e tra meno di cinque minuti avremo un vincitore, sarà proclamato un campione del mondo!
Si riparte!
Drago: Fino alla fine!
Rocky: Fino alla fine!
Rocky sembra stanchissimo e non reagisce ai violenti colpi del russo. Sta usando la sua vecchia tattica, vuole provocare, vuole arrabbiarsi per sferrare l'attacco finale! Ecco che il russo lo colpisce con un gancio e poi un montante. Rocky è in balia di Drago, si rifugia verso l'angolo, ma Drago è una macchina e lo colpisce con una violenza inaudita. Rocky non resiste! Rocky è al tappeto!
Incredibile amici all'ascolto il campione è al tappeto! Drago cerca di avvicinarsi ma l'arbitro lo allontana! 4-5-6-prova a rialzarsi aiutandosi con le corde 7-8-non ce la fa! 9-10 Ivan Drago è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi! Rocky è stato sconfitto in Russia!
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Grazie! Grazie a tutti!
Io essere davvero felice di avere vinto questo incontro. Essere pugile più forte e averlo dimostrato. Qui stasera. Vorrei dire al figlio di Rocky che sta guardando da casa, tuo padre molto coraggioso ma non potrà parlare per tanto tempo perché non avere più denti. Quindi buon natale da parte sua. Questa festa capitalista non avere più senso dopo sconfitta, vero americani? Vorrei dire che io non piacere a voi e voi non piacere a me. Però se durante questo incontro non è cambiato nulla io credo che essere giusto così, perché un giorno il comunismo sconfiggerà il capitalismo. E lo farà con la stasi! Perché se io non sono cambiato e voi non essere cambiato allora tutto il mondo può restare immobile. Quindi il comunismo vincerà!
Viva il comunismo! Viva la stasi politica e le guerre fredde! Viva Ivan Drago!
/Federico Vergari/
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